Piccoli spunti sul lapsus di Danh Vo alla Punta della Dogana

L’artista vietnamita Danh Vo cura a Punta della Dogana una mostra che appare ricca, complessa, affascinante, ma per certi versi non completamente riuscita a causa della sua mole. In collaborazione con Caroline Bourgeois, Vo allestisce l’esposizione affiancando a 37 artisti contemporanei (lui compreso che partecipa con ben 24 opere) 11 artisti del XIII, XIV e XV secolo (perlopiù miniaturisti). Tema del dialogo tra i due mondi è il titolo della mostra, Slip of the Tongue, “lapsus”.
Nonostante l’esposizione contenga dei veri gioielli e passaggi molto riusciti, l’idea generale che si ha porta verso una confusione mentale che in qualche modo il titolo anticipa e predice. Lo stesso nome della mostra è tratto da una delle opere che l’artista Nairy Bagahramian espone.
Al posto di attraversare a volo d’uccello l’esposizione, potrebbe essere interessante soffermarsi su poche opere che racchiudono perfettamente l’esperienza che si vive passeggiando per la mostra, quella di un continuo lapsus fisico.
L’affermazione, il giudizio si dimostra subito erroneo, prevede repentinamente un passo indietro.

NAIRY BAGHRAMIAN

Retainer 2013

La struttura progettata dall’artista occupa completamente la sala assegnatole da Danh Vo con una monumentalità che conserva estrema ambiguità. Se, infatti, da un lato le dimensioni sono considerevoli, come sempre accade quando si tratta della Baghramian, dall’altro l’ocra della composizione e il ferro infondono un iniziale sentimento di repulsione, condizionato da un senso di malata industrialità che emana l’opera. Sembrerebbe quasi l’habitat naturale per un’infiltrazione di funghi tossici in una centrale termonucleare in disuso.
L’iniziale indecisione è però subito dissipata nel momento in cui lucidamente si inizia ad approcciare il lavoro. 22nairy-mcgarry-tmagArticleEsso si erge seguendo un’orizzontale lievemente a ferro di cavallo dove i pannelli di silicone pressati in policarbonato sono convessi e ruvidi verso l’esterno, lisci e sorretti da rigide e fini strutture metalliche all’interno. Il titolo è necessario per cogliere l’anima dell’opera: retainer, infatti, indica l’apparecchio per i denti. L’uomo si trova al centro di questo semicerchio, metafora dell’opera artificiale orale per eccellenza. Il punto di vista è così sovvertito. La costruzione di Baghramian ci porta a contemplare un nuovo ambiente. Iniziamo a guardare l’interno dall’interno o, al limite, l’esterno dall’interno, capovolgendo la nostra abitudine. Il nuovo habitat ci avvolge e, per il tempo della nostra esperienza, stravolge la nostra condizione di esseri umani, di uomini, rimpicciolendoci fino allo statuto di microrganismi, globuli, piccole realtà pulsanti e pensanti, apparentemente inesistenti e inutili, ma in realtà ricche della propria storia.

Slip of the Tongue 2014

Nairy-Baghramian-Slip-of-the-Tongue-Punta-Della-Dogana

Slip of the Tongue

L’opera nella sua enigmaticità concede il proprio nome all’intera mostra che sfrutta la malleabilità del titolo per avvicinare universi non sempre in dialogo. Tuttavia il mancato appagamento causato dalle sinergie delle diverse opere trova completo sfogo nel lavoro Slip of Tongue.
Una serie di irregolari e materici cilindri, tozzi e allungati, dalle sagome falliche, sono ospitati in una teca di vetro, su un divanetto, contro il muro. Le singolarità sembrano soffrire di una verticalità che non riescono a raggiungere, rischiando di ripiegarsi rovinosamente su loro stesse. Queste creature morte, ma autosufficienti – anche se questo termine contiene un paradosso – vivono adagiate sulle strutture che l’artista ha maternamente plasmato per loro. Senza di esse tali creature non sopravviverebbero alla tirannia della gravità. Queste sono le nostre pulsioni, i nostri desideri più reconditi, le nostre ambizioni, le nostre velleità, il nostro ingenuo quanto genuino tendere verso quell’alto così inaccessibile. Ed è per questo che crollerebbero su loro stesse se l’intervento di colei che le ha create non le supportasse.

HUBERT DUPRAT

Cassé-Collé 1991-1994

Notissimo per i suoi lavori con le larve di Tricottero (dei quali in mostra ne è esposto un esempio), Duprat sembra un viaggiatore che condensa nella sua ricerca il fascino per la scienza e per l’archeologia, dalle quali parte per costituire la sua arte. L’opera Cassé-Collé è di tema esistenziale e parte innanzitutto dal concetto di completezza, unità, uno.

Cassé-Collé

Cassé-Collé

Una roccia morenica di età giurassica è estratta direttamente dalla montagna madre. Attraverso una complessa azione meccanica, quello che è a tutti gli effetti definibile come un reperto è perforato, tagliato, diviso in diverse parti disomogenee. Dopo questo sparagmòs sorge l’intento spontaneo dell’artista, quello di ritornare dal frazionamento, dalla periferia, dalla moltitudine all’uno. I tiranti installati nella roccia da Duprat permettono di riplasmare un insieme che possa sopravvivere autonomamente nonostante le crepe della sua storia. È questo il prodotto finito e sedimentato che ci è presentato. Siamo nel campo della molteplicità nell’unità o nel campo dell’unità nella molteplicità? L’anima può tornare ad essere intero dopo che è stata divisa o forse è la divisione e la consapevolezza empirica della medesima a fornirle una condizione di integrità? La roccia giurassica tace, ma noi con lei?

ELMGREEN & DRAGSET

Powerless Structure, fig. 13 2015

Il termine “powerless structures” è utilizzato dal duo, come recita la scheda del catalogo della mostra, prendendo a prestito il titolo da una “erronea lettura” di Michel Foucault, per indagare i rapporti tra il soggetto e il potere che lo governa. In un’ottica più estesa la ricerca di Elmgreen e Dragset viaggia sull’ultimo vagone della critica istituzionale degli anni ’60-’70. L’opera Powerless Structure, fig. 13, nello specifico, rappresenta in modo emblematico l’anelito d’evasione dall’istituzione, proibito violentemente dalla medesima. Il lavoro, infatti, è costituito da un trampolino da tuffatore a base cubica provvista di apposita scaletta, la cui particolarità è quella di essere per metà dell’asse all’interno del museo e per l’altra sospeso sul canale adiacente alla Punta della Dogana. Il trampolino è quindi tagliato a metà dal vetro della finestra. La via di fuga, la scappatoia al di fuori della realtà museale, così ontologicamente repressiva, è negata dalla stessa che proibisce ogni spiegamento di ali. Elmgreen & Dragset ci mostrano che una via effettivamente esiste, ma, senza retorica, riconoscono l’ostacolo maggiore proprio in quel mondo che si vuole fuggire.

Bernardo Follini

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