Band #8: Il Rumore della Tregua

Il rumore della tregua non scrive inni generazionali.
Il rumore della tregua non può morire giovane, perché è nato vecchio.
Il rumore della tregua compone brani in maggiore su commissione.
Il rumore della tregua forse suona come gli anni settanta negli anni novanta, ma non ci è chiaro.
Il rumore della tregua ripudia l’ukulele e il glockenspiel come strumenti di risoluzione ai problemi del cantautorato moderno.
Il rumore della tregua lucra senza ritegno sulle tue malinconie.
Il rumore della tregua non è pre, ma soprattutto non è post.

Vi state chiedendo che cosa sia quest’inno? Forse poesia di strada, rap, avant-garde?
Un po’ tutte e tre, eppure nessuna di queste cose. Si tratta invece del manifesto coniato da cinque ragazzi della periferia milanese: sono Il Rumore della Tregua.
Intervistando le diverse band che partecipano a Fermento Sonoro ci siamo imbattuti in diverse descrizioni interessanti, ma quella de Il Rumore Della Tregua è probabilmente una delle più particolari! Definiscono la loro musica “cantautorato consapevole” – forse perché consapevolmente scelgono di ripudiare l’ukulele? – oppure perché la loro musica e i loro testi attingono ad un vasto repertorio di riferimenti e particolari di un certo spessore letterario, senza essere mai pesante. Abbiamo parlato con Federico Anelli per scoprire sia il lato ironico sia quello impegnato della band, anche alla luce del loro ultimo disco Una Trincea nel Mare. 0004720243_10
Federico, siamo rimasti molto colpiti dalla descrizione de Il Rumore della Tregua, mi spieghi cosa significa cantautorato consapevole?
In verità è stata una definizione che ci è stata data da altri. Noi dicevamo di fare pezzi un po’ tristoni e “down”, e una persona ci ha risposto: “non sono tristi ma consapevoli”. Questa definizione ci è tanto piaciuta che l’abbiamo usata per descriverci sulla nostra pagina Facebook.

Perché di definizioni interessanti ne ho trovate anche in altre band, per citartene una mi ha fatto molto ridere dei due fratelli Fornabaio chiamati “i Gallagher di Bresso”. Già che ne parliamo, che rapporti avete con le altre band?
Onestamente degli altri che partecipano conosciamo molto bene i Dust, che sono nostri cari amici con cui abbiamo condiviso diverse volte il palco, e poi conosciamo abbastanza bene anche i Red Roosters, più che altro perchè Muddy ha iniziato a suonare per loro. Le altre band le conosco ma di vista e mi è capitato di sentirli.

Siccome sempre di Milano stiamo parlando, se volessi andare a sentire un altro concerto di cantautorato consapevole che non sia vostro, dove dovrei andare e soprattutto chi dovrei ascoltare?
Guarda, ti dico onestamente non ci sono tantissime band che cantano in italiano, soprattutto a Milano, ma un cantautore che mi piace è Calvino, che un interprete con uno stile diverso dal nostro, perché lui è più pop, ma in senso positivo, più accessibile al primo ascolto.

Entriamo nel vivo dei Rumore Della Tregua e dei suoi membri, ho letto che i ruoli sono molto complicati!
Io faccio l’acustica e sono la gola, Andrea Schiocchet è ai cori diaframmatici, il magister Marco Torresan chitarra disturbata, Marco Cullorà gli aforismi, Lorenzo Monesi i fiati e l’enogastronomia, molto in tema fermento sonoro! 

Ve le siete scelte voi queste specialità?
Lorenzo è il nostro cuoco, nonché grande intenditore ed esperto di vini, è il suo ruolo. Aggettivi migliori di quelli non saprei trovarne. Sono nati un po’ così, perché noi non volevamo fare il solito elenco dei membri con gli strumenti, diciamo che sono nati così cazzeggiando, però descrivono bene i membri.

L’immagine che ne emerge è un po’ goliarda, di un gruppo che fa compagnia, è proprio così? Diciamo che musicalmente non siamo un gruppo che sprizza allegria. E’ un’impressione che deriva dalla musica che ascoltiamo e da quello che ci piace, perché tutto si riflette nel suono della band. Ma cerchiamo di stemperare l’immagine che deriva dai pezzi e dalla nostra musica con un po’ di ironia.

Si vede che avete una grande complicità. Com’è suonare insieme?
Spero che venga fuori in una buona amalgama del tutto, che quello su cui abbiamo sempre lavorato. Ci abbiamo messo molto tempo a costruirci, proprio per la grande quantità di strumenti, varietà di influenze, trovare l’equilibrio giusto è stato un processo lungo; adesso siamo soddisfatti di come stanno andando le date dall’uscita del disco, quindi mi auguro si veda. Ci interessa creare un suono che in un certo senso rispecchi l’intesa dei vari musicisti.

Pensi che RDT dia il meglio di sé dal vivo o in CD?
E’ una domanda difficile! Mi servirebbero orecchie più esterne, diciamo che mi piacciono le band che hanno un’ottima riuscita sia sul disco che in live, riuscendo ad avere due approcci differenti nelle diverse situazioni. Mi auguro che anche noi siamo più o meno così, anche se per quanto riguarda il live è difficile giudicare, perché quello che si sente dal palco non è assolutamente oggettivo. Quello che ti so dire è che durante il live il suono è un po’ più rock rispetto al disco, che invece è più elaborato a livello di arrangiamenti, ma ha meno impatto del live.

UnknownSiccome hai parlato del disco, entriamo in argomento: Una Trincea nel Mare, il vostro ultimo LP.
Intanto è anche il nostro primo LP e siamo soddisfatti di essere riusciti a fare un album nel vecchio senso del termine, cioè con una sua coerenza sonora dall’inizio alla fine, pur avendo chiaramente varie influenze e spunti. E’ un album che è derivato dai nostri ascolti, che vanno appunto dal cantautorato italiano anni ’70 al folk rock americano più in generale, cerchiamo di creare una commistione tra queste due cose.

Tre autori che vi hanno ispirato?
Sull’italiano De Gregori, poi i Calexico e Nick Cave. Sto sparando alto!

Torniamo all’album…
Ci sono un po’ di ispirazioni velate che hanno influito sulla struttura. Sono soprattutto fonti letterarie, perché il disco è nato a partire dai testi in un periodo in cui stavo leggendo molti classici della letteratura americana, soprattutto romanzi di mare, da Melville a Conrad.  Questo ha influito sull’immaginario della band, mentre musicalmente c’è questo mix di genere. Un altro riferimento che non ti ho citato prima è Morricone, che ci piace molto soprattutto a livello di tromba e chitarre tremolate.

A proposito di romanzi, c’entra qualcosa Il bar sotto il mare di Stefano Benni?
In realtà a lui non avevo mai pensato, onestamente non è uno dei riferimenti. Il nome “Una trincea nel Mare” è preso dal testo di Cuore di Bue, il primo singolo, dove c’è il  capitano cuore di bue che dice “Provateci voi a scavare una trincea nel mare”. Vuole essere un po’ rappresentativo della tematica presente nel disco, il vano tentativo di difendersi costruendo una trincea in un luogo in cui non serve a nulla, che è il mare. Un po’ metaforico della condizione in cui ci sentiamo in questo periodo.

Ahi ahi ahi, ecco che arriva la componente più depressa del RDT. la frase “Piero Ciampi era calante, Nick Cave era calante, anche noi non ci sentiamo troppo bene”. Cosa avete, vi siete già fatti controllare?
(Ride) La frase era nata agli inizi del gruppo, che riprende la frase di Woody Allen. In realtà sono sempre stati due dei riferimenti, cantautorato anni 70 che potrebbe essere Ciampi e il folk rock Nick Cave, entrambi due interpreti calanti da un punto di vista vocale, ma anche l’aspetto più in down musicale. Era un po’ una cazzotta che però ci piaceva. Anche io sono calante per questo.

Come è stato girare il video di Cuore di Bue? Immagino abbia richiesto un bell’impegno, almeno da quello che si vede

 Guardate voi stessi – e ascoltate attentamente, merita:

Intanto il lavoro grosso è stato fatto dal registra Marco Cordaro, amico di Simone Sproccati, il produttore del disco.  L’abbiamo conosciuto tempo fa quando abbiamo registrato il primo EP con Simone, poi siamo diventati amici oltre al rapporto puramente professionale. Siccome purtroppo il video di quell’EP non siamo riusciti a farlo con lui, ci tenevamo a coinvolgerlo questa volta. E’ stato molto propositivo e ha colto quello che volevamo, le atmosfere e la poetica che cercavamo di dare tradotta in videoclip. Il video ci piace tantissimo, ma noi non abbiamo fatto molto; la giusta alchimia è nata in fase di ripresa, anche il protagonista, il mio cuginetto per la prima volta sullo schermo, è stato bravissimo. Poi c’è stato del lavoro di montaggio – in verità le idee di Marco erano già belle in fase iniziale e questo ha facilitato il lavoro dopo, come per la scena sotto il mare. Tutto fatto con pochissimo budget ma con ottime idee.

Parlando di buoni lavori, ho visto che siete tra i selezionati  per DIZ Festival, insieme ai Dust. Com’è essere in competizione con gli amici di sempre?
Io gli ho messo il “like”! In verità non credo che né noi né loro ce la faremo, però ci stiamo provando. La prospettiva è allettante, solitamente io non amo questo tipo di dinamiche, il voto alle band su Facebook non mi esalta. Però il festival è interessante, quindi ci abbiamo provato.

Al di là del festival in sé, il luogo prescelto sarebbe la Fabbrica del Vapore, che è in qualche modo il simbolo della gioventù milanese. Voi che luoghi di Milano frequentate? Qual è la mappa della Tregua?
“La mappa della tregua”… Mi piace! In realtà noi siamo tutti dell’hinterland di Milano e non frequentiamo tantissimo la città. Non ci esaltiamo per Milano, i navigli o quello che può essere la vita notturna. Come band proviamo a Cusano Milanino, perché siamo più o meno di quella zona e lì c’è la nostra base che è il circolo Agorà dove abbiamo iniziato a suonare e dove ci vediamo con i Dust praticamente ogni sera. A Milano abbiamo suonato un po’ ovunque, dove si può ancora suonare, intendo: Magnolia, Ohibò, etc, quindi in realtà a livello di locali li abbiamo più o meno bazzicati tutti. Anche suonare a Milano non è particolarmente esaltante di questi tempi, te ne accorgi soprattutto quando vai fuori, dove sei trattato meglio e anche a livello di acustica le cose funzionano meglio. Noi siamo stati a Crema al Paniere e a Vigevano alla Cooperativa Portaluppi, due posti bellissimi dove ci hanno trattato benissimo. Poi spesso a Milano c’è un po’ di supponenza data dal solo fatto per essere a Milano, perché anche a livello di impianti non si regge il confronto, a parte magari i posti “big”. Quando si parla di locali per band come noi, quindi piccoli, le situazioni tecniche e umane sono meglio in provincia, almeno per quanto riguarda la nostra esperienza.

E ora passiamo ad un evento che metterà in secondo piano tutte le magagne del panorama musicale milanese, che è… Fermento Sonoro, ovviamente. Esatto! Cosa vi aspettate dal festival?
L’iniziativa ci ha interessato da subito, ce l’hanno proposto dagli amici, e Giuseppe sta seguendo l’organizzazione con molta passione. Ci ha coinvolto Mimmo (Igor Zurzolo, ndr) che è il fonico del Festival ma anche fonico all’Agorà. Lo conosciamo bene, da lui ci aspettiamo una grandissima figata! Speriamo che ci sia tanta gente e che il pubblico milanese risponda a questa bella iniziativa!

Naturalmente lo speriamo anche noi. E se non vi volete accollare il peso di tutte queste speranze deluse, l’unica è venire a Fermento Sonoro. Domani alle sette, vi aspettiamo al Giardino Nascosto!

Giulio Bellotto

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