Band #7: Finistère

Atmosfere indie pop di matrice anglosassone, ma rigorosamente in italiano: questa è la summa del tipo di musica che fanno i Finèstere, ricreando, nella costruzione dei brani, dinamiche raffinate e trasognate alternate a passaggi più propriamente rock.

La loro fonte di ispirazione sono i prati della provincia lombarda, un verde serbatoio illimitato di suggestioni, ma non disdegnano esibizioni live nei luoghi più caratteristici di Milano – giusto ieri hanno suonato allo Spazio Cobianchi in Duomo, da poco ristrutturato per ospitare l’Expoincittà Lounge.
La loro identità musicale va sempre più definendosi; fondamentale in questo senso è stato il primo LP Alle Porte Della Città, esordio anche per la casa discografica Costello’s Records, uscito a fine 2014 per ribadire la vocazione semi-bucolica del gruppo – sarebbe bello se a Fermento Sonoro facessero rock col flauto di Pan, io la butto lì.

Vediamo di che si tratta: ecco il secondo video estratto dall’album, un grido di battaglia, un inno alla disobbedienza, Pronti alla rivolta!

Tanta roba, nevvero?
Siccome voi lettori siete esigenti e certo non vi accontentate di un video preso dal Tubo, e in quanto Bloggo-fan meritate il meglio, in occasione di Fermento Sonoro Festival ho intervistato il chitarrista del gruppo, Matteo Griziotti.

Finistere

Chi di loro è Matteo? Non è una domanda retorica perchè l’intervista l’ho fatta al telefono!

Sto parlando con uno dei membri fondatori dei Finistère. Sapete di avere un seguito insaspettato? Ti racconto questa cosa: oggi stavo parlando con il consulente finanziario di mia madre, gli raccontavo del festival e l’unica band che ha riconosciuto dalla mia descrizione siete voi. Come me lo spieghi?
Questo me lo devi spiegare tu, sul serio. Così su due piedi direi che è un caso, oppure che mi stai pigliando per il culo e non va bene.
Tra l’altro non penso nemmeno che quello dei consulenti finanziari sia il bacino della nostra utenza abituale, però va detto che la musica bella arriva a tutti.

Ma il vostro bacino qual è?
Noi ci rivolgiamo ad una generazione “in mezzo”, diciamo così. Nel senso che tra il più vecchio di noi, che sono io e il bassista, Pietro, ci sono ben 13 anni di differenza; quindi anche solo a livello di amicizie e conoscenze il bacino d’età del nostro pubblico è molto ampio.
Per quanto riguarda lo status o il ceto sociale di chi ci viene a sentire, non c’è nessuna caratterizzazione precisa anche se di solito facciamo concerti molto economici quindi siamo una band per tutti. Non elitaria, ecco; se cerchi qualcosa di elitario non ascoltare i Finistère.

Lo terrò a mente nel caso diventassi ricco.
Ecco, allora non dovresti più cagarmi!

Un po’ di storia, adesso. Siete nati nel 2012, la band originaria eravate tu e Carlo Pinchetti. Da dove venivate, e dove volevate andare?
Carlo suonava con la sua band storica che erano i Daisy Chains, io nel 2012 ero fermo perchè avevo finito da un anno di suonare con i Mercy Miss Monroe; in quel periodo avevo fatto un disco da solo, chitarra acustica tipo finger picking folk.
Avevo voglia di tornare all’elettrico, lui lo conoscevo e sapevo che saremmo potuti andare d’accordo, all’inizio in modo molto embrionale, proprio scrivevamo le canzoni con la chitarra acustica al parco. E poi dopo abbiamo visto che le canzoni c’erano, erano fresche, immediate e al passo con i tempi. Così abbiamo deciso di mettere su una band con bassista e batterista: per una questione logistica i componenti erano tutti bergamaschi, ci sono stati alcuni avvicendamenti, però direi che il cuore dei Finistère siamo io e Carlo. Poi abbiamo sempre trovato dei musicisti bravi, volenterosi e capaci che suonavano con noi, insomma ci puoi aver visto in diverse formazioni.

Parliamo del disco, Alle porte della città: avete registrato con Costello’s, il vostro manager e agenzia di booking. Che genere di esperienza è stata?
Sia io che Carlo avevamo già esperienza con delle etichette italiane, io in particolar modo con Ghost Record di Varese, lui con Rocket Man e altre etichette indipendenti.
Costello’s è l’etichetta di Simone Castello, la mente di Costello’s booking. E’ un ragazzo di Sesto che si occupa sia management sia di booking alla produzione. Noi siamo entrati lavorando così, poi lui ha visto che giravamo, i pezzi gli piacevano, quindi un giorno ci proposto come prima uscita della neonata etichetta.
Siamo rimasti comunque sempre col management, ufficio stampa e booking di Costello’s, che fa un po’ tutto per noi, ci segue. Lui è principalmente su Milano, uno dei pochi che fa tutto, però non ha un network così esteso.

Parlami un po’ delle vostre collaborazioni, invece.
Ah, la nostra collaborazione più internazionale è stato Matteo Greco, il nostro ex batterista che in verità i è trasferito a Londra ma è residente a Bergamo. Internazionale sopratutto per il nome d’arte: Theodore Gustafson. E’ stato il nostro primo batterista e veniva da un background importante perchè suonava nei Chaos Surfari, band milanese grounge 2011.

A proposito di internazionalismi, al contrario di molte band che sentiremo a Fermento Sonoro, voi cantate soltanto in italiano.
Sì. Già con la band precedente, sul finire, io sono passato all’italiano, che è un passo grande perchè se hai fatto 10 anni in inglese ti rendi conto: che cazzo, quello che sto dicendo arriva! E’ una cosa forte, perchè ti vizia un po’. Inglese e italiano sono due metodi espressivi paralleli ma l’italiano è sicuramente il più amplificato.
Io amo sentire band in inglese, però abbiamo scelto l’italiano. I testi sono almeno 50% la’espressione della band, dei Finistère in particolare perchè non siamo il genere “rotoliamoci sul palco”: se il testo arriva, il pubblico lo ricorda e lo canta con te, cosa che se usi l’inglese capita meno.

Recentemente Lorenzo Fornabaio dei The Remington, che si avvicenderanno a voi sul palco di Fermento Sonoro, mi ha detto che lui non saprebbe da dove iniziare a comporre una canzone in italiano. Credi che sia una questione di difficoltà, di diversi ritmi linguistici o che una lingua sia più “commerciale” dell’altra?
Normalmente quando una band canta in inglese scrive in inglese è più facile, se mastichi un po’ la lingua. Come quando conosci una straniera e le dici “I love you”, mentre alla tua fidanzata italiana prima di dirle che la ami passano dei mesi; nell’inglese c’è meno trasporto, paradossalmente un lingua che non è la tua ti toglie un sacco di barriere.
Puoi scrivere un sacco di cose in inglese senza farti problemi, mentre in italiano c’è una difficoltà iniziale: anche nei riferimenti, hai paura di somigliare ad altri, ad esempio un pezzo ti sembra dei Verbena, questa una terronata tipo Vasco e così via. Allora ti auto-imponi il veto.
Però noi Finistère funzioniamo bene: io ho la fortuna di avere un modo di scrivere in italiano molto semplice, più da uomo della strada, mentre Carlo è un po’ più poetico e astratto. Di conseguenza quando scriviamo, negoziamo molto bene insieme e ci compensiamo.

I testi li scrivete sempre in due?
Sì, sempre!

E le musiche?
E’ difficile che le musiche che le band che abbiano due anime, così come è difficile che i dischi nascano e seguano due idee diverse. Magari l’incipit viene da una parte ma poi viene rielaborato insieme – perchè lavoriamo sempre insieme, non è che uno decide da solo e diche agli altri cosa fare. Può essere che da uno venga un’idea che poi si adatta alle esigenze.
La cosa bella è che da un po’ di tempo, quando i brani escono troppo aggressive o troppo molli, li adattiamo alla nostra band. Diciamo che li finisterizziamo, con quel giro armonio che lo rende nel nostro stile, con il nostro cantato e i nostri suoni. Un marchio di fabbrica, insomma, un plug-in Finistère.

Per capire qual è questo plugin che pezzo dovrei ascoltare?
Per me il prezzo che ci rappresenta di più è Sfida. Non è mai uscito come singolo, ma è quello più Finistère di tutti, come suoni come atmosfere, come resa finale. Stranamente non è il nostro pezzo più famoso, che è invece Lo so che mi odi, una canzone un po’ più aggressiva. Però Sfida lo puoi considerare il nostro marchio di fabbrica.

alle porteMi parlavi prima dell’album…
Sì, l’album è uscito a novermbre 2014 e contiene tutte le canzoni che abbiamo scritto, anche se alcune le abbiamo tagliate.
Lo abbiamo registrato al TUP di Brescia e l’abbiamo masterizzato all’Alfa Dept., poi siamo sbito partiti a fare date, diluendole fino ad adesso. Comunque in tour suoniamo le canzoni del disco, così vai a vedere la band e compri quello che hai sentito, è più onesto.

Invece voi cosa comprate? C’è un album che vi trova tutti d’accordo?
Che ci trova tutti d’accordo sarebbe un miracolo, ti direi I should Coco dei Supergrass, un disco che quando parte balliamo tutti, poi ognuno ha i suoi ascolti.
Le band i cui membri hanno gli stessi identici gusti sono tipicamente quelle composte da teenager, che magari stanno scoprendo tante cose tutte insieme e quello è una figata pazzesca; ma quando hai 25 o 30 o 35 anni ti sei aperto la tua strada verso cose che magari gli altri non conoscono, oppure alcuni ascoltano cose che ti fanno rabbrividire. Però ci sono dei punti comuni e bene o male nel nostro caso sono i Supergrass.

Ho visto che avete suonato allo Spazio Cobianchi. Cosa si prova a lavorare per Expoincittà?
Non lo sapevo neanche, credevo fosse una serata di Elita…

Cobianchi a partre, avete visitato comunque molti luoghi di Milano: Santeria, Ohibò, Magnolia, Ligera.
Giriamo abbastanza, ma è l’Ohibò la nostra fortezza, dove abbiamo aperto anche a band importanti e dove conosciamo ogni angolo dei camerini.
Il Cobianchi invece non è esattamente un posto live perchè ha un soffiato molto basso e infatti di solito ci fanno cose acustiche molto leggere.

Invece a Bergamo, dove suonate?
C’è un locale che si chiama Edonè ed è un posto molto grazioso, tra i più carini. Ha uno spazio stile informa giovani, centro di aggregazione per mettere insieme idee, però ci si suona molto bene e ha un bello spazio.
Ci andiamo volentieri, Carlo ci organizza una serata che c’è da 4 o 5 anni, una elle principali serate live notturne bergamasche che si chiama Exhibition Night, perciò lì abbiamo un seguito molto forte. Poi Bergamo è più piccola, quelli che ascoltano un certo tipo di musica si conoscono un po’ tutti quindi magari riesci col passaparola a fare 200 persone.

Secondo te Fermento Sonoro sarà…
Fantastico. Io tra l’alto sono uno dei pochi fortunati a suonare sia sabato sia domenica perchè sono anche il bassista dei Paper Pill – che è una band appena nata: Ettore mi ha chiamato per trovare dei musicisti, poi mi sono trovato bene suonando il basso così sono rimasto.
Quindi per me questo weekend per me si chiamerà fermento sonoro, non faccio altro. Ci aspettiamo affluenza, perchè le band ci sono, io stesso ho molte aspettative sia dai Remington che dai Red Roosters che secondo me sono molto fighi, delle band di blues rock americano bello, stonsiani.
Mi piacciono entrambe ed è un po’ che non suonano, o comunque io non li ho sentiti da un po’. Per me tirano su il posto e noi domenica faremo altrettanto.

Assolutamente vero – per aggiornamenti sui Red Roosters, che in questi mesi in realtà hanno suonato a volontà per il loro No Disgrace Tour, leggete qui.
Allora seguite il Bloggo, per tenervi aggiornati sulle band underground del milanese, ma sopratutto venite questo week end a Fermento Sonoro. Vi aspettiamo!

Giulio Bellotto

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