Il lirismo punk di Christian Rosa

Ogni colore vive di una sua vita misteriosa
Vasilij Vasil’evič Kandinskij

La White Cube di Londra, con la personale Put your Eye in your Mouth, è solo l’ultima nota galleria ad aver consacrato l’astro nascente di Christian Rosa, il trentatreenne che ha rinvigorito le fila dell’astrattismo pittorico, sintetizzando nel suo tratto il cosmopolitismo culturale nel quale la scena artistica contemporanea si è da tempo tuffata.

Rosa, infatti, è in grado di racchiudere nella sua esperienza tre mondi tanto disomogenei e autonomi quanto ricchi e peculiari. Dopo essere nato in Brasile, a Rio de Janeiro, e avervi trascorso i primi anni della sua vita, Rosa si trasferisce con la famiglia a Vienna, terra natale del patrigno, dove frequenta la Akademie der Bildenden Künste. In Austria il brasiliano ha modo di respirare un clima estremamente differente da quello che l’aveva cresciuto, rimanendo particolarmente influenzato da uno dei suoi maestri, Daniel Richter, figlio di una cultura fortemente memore dell’espressionismo e, dagli anni ’80, in fervore per il neo-espressionismo. Laureato all’Accademia nel 2012, decide di ritornare oltreoceano, ma puntando una nuova terra, la calda Los Angeles dove tuttora vive. Giusto mezzo tra enfant prodige ed enfant terrible, Rosa si ritaglia un’aura di artista disimpegnato, scegliendo la California per il clima, per il surf e lo skateboard – attività che lo accompagna fin dai tempi del Brasile – e bruciando rapidamente le tappe dello star system internazionale.

In qualche modo, il giovane Christian Rosa, sembra rappresentare una felice reincarnazione di Basquiat in versione hipster. Il suo spirito indipendente, sicuro e trasgressivo gli permette però di stabilire e centrare con estrema facilità alcuni dubbi che molti conservano. Emblematica è la risposta che ha dato a 10Magazine alla richiesta di un consiglio ai giovani artisti che volessero conseguire la fama: “lavorare, bere, lavorare, far festa, lavorare, incontrare persone, lavorare, far festa, lavorare, incontrare persone e lavorare”.

Nel 2013 Rosa ha esposto alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, nel 2014 ha partecipato alla collettiva “Pangea: New Art From Africa and Latin America” presso la Saatchi Gallery dopo le quali, come ricordato, è approdato alla White Cube di Mason’s Yard. I 19 dipinti presentati su due piani mescolano l’olio, il carbone, la matita, la gomma uretana e la resina. Questi indagano progressivamente la crescita del brasiliano che annoda le radici della sua espressione in maestri storici come Kandinskij, Mirò o Cy Twombly, dai quali parte per sviluppare una cammino proprio. La sua arte, come processo conoscitivo è, secondo Gabriela Salgado, guidata dal “caso e da un istintivo credo nell’energia contenuta nel movimento fisico e nello sbaglio”. Tale attitudine ben si evince ad esempio in alcune tele esposte in mostra quali Bag of Nuts, Money for Nothing e Kappo o Kippi, tutte del 2015, dove il dialogo tra la linea libera e scarabocchiata e i solidi quadrati suggerisce una tesa armonia cosmica.

Kappo o Kippi - (Mason's Yard) White Cube, 2015

Kappo o Kippi, Mason’s Yard – White Cube, 2015

Fondendo il surrealismo cromatico di Mirò allo spirito di Basquiat, Christian Rosa è in grado di creare un lirismo punk, sua chiave di lettura del contemporaneo. Quello che l’artista dice in un’altra intervista, “Sto cercando di evolvere il mio stesso linguaggio passo dopo passo”, è proprio ciò che si legge nei suoi quadri: quei tratti, quei gesti di un fanciullino che sta iniziando a parlare e progressivamente deve modificare il proprio linguaggio, stravolto dalle nuove conoscenze che quotidianamente matura. Ed è per questo che la White Cube presenta una tela come View from the Hillside, così vuota e lievemente accennata, al piano inferiore, come l’inizio di un percorso, per poi raggiungere una maggiore complessità semantica e varietà cromatica al piano superiore, con Black Rain Again.

Se Cy Twombly era partito da una lingua adulta che aveva anno dopo anno asciugato, sintetizzato e portato all’osso, finché non ne era rimasta che una “e” riproposta all’infinito, all’opposto Christian Rosa, superando questa sindrome artistica alla Benjamin Button, ha inaugurato una nuova vita o, perlomeno, una nuova visione della pittura in senso evolutivo.

Bernardo Follini

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