Band #2: The Remington

Il loro debutto discografico è avvenuto come trio nel 2011 su 7”, un bel singolo di chiara ispirazione folk-rock con arrangiamenti crudi e molto efficaci che riportano alla mente i Byrds di fine anni 60. Successivamente nel loro primo album, Italian Market, hanno introdotto le tastiere come elemento fisso del sound, fatto che ha contribuito a forgiare un disco da atmosfere senza precedenti in Italia: un perfetto connubio tra i suoni degli Wilco nell’era A.M./Being There e quelli britpop dello stesso periodo storico. Stiamo parlando dei The Remington.

E’ una delle band rivelazioni del panorama italiano e se avete dubbi, affrettatevi ad ascoltare Italian Market, un disco dalle mille anime, dove anni 70 e anni 90 si sposano in perfetta armonia, regalando all’ascoltatore un meraviglioso viaggio attraverso la storia della musica occidentale degli ultimi 50 anni. C’è tutto: dall’alternative country di Gram Parsons, al britpop più adolescenziale stampo Ocean Colour Scene, passando per il powerpop dei Big Star e i passaggi strumentali “very Wilco”. A rendere questo lavoro speciale, è la capacita dei cinque ragazzi di interpretare il tutto sotto una chiave assolutamente originale e innovativa, grazie ad arrangiamenti azzeccati, figli di una mentalità aperta anche a tutto ciò che è nuovo, se merita attenzione. E’ dal vivo tuttavia che i Remington danno il meglio di sè, capaci di far convivere tecnica sopraffina e energia rock’n’roll di matrice stoniana alla perfezione. Sotto la guida spirituale dei fratelli Fornabaio (qualcuno li ha definiti i “i fratelli Gallagher di Bresso”), Lorenzo e Niccolò, rispettivamente voce/chitarra e batteria, i Remington proseguono determinati nel loro viaggio musicale senza fine.

Abbiamo intervistato il Lorenzo Fornabaio, chitarrista e lead vocalist del gruppo. Ecco cosa ci ha raccontato:
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Ho saputo che vi chiamano col nome piuttosto impegnativo di “i fratelli Gallagher di Bresso“. E’ vero?
(Ride) Sì, ma è solo uno scherzo. Il nomignolo nasce dalla penna del nostro amico Federico Riccardo Chendi, del locale milanese Ligera enoteca | 70’s café, che nel suo atlante musicale Sotto Milano – Guida underground alla città (un volume edito da Ligera Edizioni che tratta anche di arti visive, cinema e teatro, NdR) ci chiama così. Per prenderci un po’ per il culo, ovviamente.

Ma no, dai, è divertente; prendendo per buona la similitudine, ti senti più Noel o più Liam?
Non saprei. Diciamo Noel, ma giusto perché sono il più vecchio e suono la chitarra. Comunque a differenza degli originali, i Gallagher di Bresso non litigano alla maniera degli Oesis, per fortuna.
La carriera solista può attendere. E invece, guardando al passato, cosa mi racconti delle origini dei Remington?
Le nostre origini si potrebbero definire familiari. Io e mio fratello, cinque anni di differenza, suoniamo praticamente da sempre; appena io ho iniziato a suonare la chitarra, lui ha preso in mano le bacchette della batteria. Suoniamo insieme da un sacco di tempo.
Come Remigton invece è nato tutto nel 2010, dalla nostra band precedente, si chiamava She Loves. Eravamo in tre: io, mio fratello e Michele Comi, ci trovavamo bene a suonare insieme -abbiamo anche inciso un EP. Poi il gruppo si è sciolto e ci siamo detti “possiamo continuare, noi tre”. Allora ho scritto un po’ di pezzi e siamo andati in sala: il genere era un po’ diverso, ora volevamo esplorare la musica folk americana, il folk rock e le sonorità anni sessanta, i Byrds ad esempio. Oggi le nostre influenze si sono estese e contaminate tra loro; però considera che siamo venuti su ascoltando sixties’ british pop; è da lì che vengono i Remington.
In quel periodo abbiamo fatto molti concerti dal vivo, ci interessava sopratutto suonare. Per registrare abbiamo aspettato un po’, all’inizio non avevamo neanche molte idee su come far suonare il disco.

E adesso, continua ad interessarvi più il momento live che l’aspetto discografico? 
All’epoca sì, adesso direi di no. Nicolò, mio fratello, ha studiato da tecnico audio e adesso lavora in uno studio di registrazione. Siamo molto incuriositi da quest’aspetto, cercare di produrre dei risultati particolari in studio, anche se a volte non è facile riuscirci.

A proposito, chi sostiene questo vostro lavoro di ricerca artistica?
Il primo singolo (pubblicato su vinile formato 7″, A-side “Untitled n. 2” / B-side “Shame On You”) è stato prodotto da Tre Accordi Records che ha finanziato la registrazione, nello stesso studio che poi abbiamo utilizzato anche per il primo disco. Le spese sono state contenute, anche perché ci abbiamo messo davvero poco a registrarlo; poi c’è stata la stampa del vinile. Sinceramente, devo confessarti che poteva anche suonare meglio però il risultato è stato comunque buono. E’ stato un lavoro di sperimentazione, cercavamo una direzione che all’epoca non siamo stati in grado di seguire completamente; pian piano ci stiamo arrivando adesso.
Ma dopo un po’ che suoni, andare in studio è la cosa più naturale. 

Quali sono invece le difficoltà di cui mi parlavi prima?
Ad esempio, le prime volte che vai in studio è normale che ci sia un po’ d’ansia “da prestazione”, magari anche più che dal vivo. Lì cerchi di fare tutto perfetto ma ti capita di perdere quella spontaneità, quella “sporcizia” che ti viene solo dal vivo, quando hai l’adrenalina in corpo. In studio sei molto concentrato e questo ti porta ad avere delle ansie, il più delle volte ingiustificate; poi ti abitui e riesci a dare il meglio anche in fase di registrazione.

Anche perché i Remington sono arrivati al traguardo del disco dopo un solo anno di vita. Per molti pubblicare è un risultato che arriva molto più tardi, voi come ci siete arrivati? Come avete capito che eravate pronti a registrare?
La fortuna è stata che io e Nicolò siamo fratelli e quindi già due terzi della band era lì. Anche Michele era molto motivato, in più ci piacevano le canzoni che avevamo composto. Secondo me il passaggio importante è scrivere una manciata di canzoni e portarle in concerto, registrare è la naturale una conseguenza del confronto con il pubblico.

Se dall’oggi al domani mettessi su una band, cosa mi consiglieresti di fare come prima cosa?
Se l’obiettivo è produrre qualcosa di originale, che ti distingua dalla massa o che segua una tua esigenza, dovresti scrivere dei brani e suonarli dal vivo. E’ sempre bello, ti diverti e dall’amalgama con gli altri componenti e dall’insieme dei brani viene il resto. Quella è la vera soddisfazione, comporre qualcosa di tuo.

Allora parliamo di quel “qualcosa di vostro” grazie al quale siete diventati una delle band più seguite del panorama underground milanese; che mi dici del singolo?
Come  ti dicevo, è stato un lavoro nuovo per noi. In origine il vinile doveva contenere tre brani, poi per ragioni di spazio e di scelte artistiche ne abbiamo selezionati due. Untitled n.2 è il lato A: un pezzo registrato di getto come brano jolly che però ci piaceva per la sua freschezza. Forse a rappresentarci di più è Shame on you, il lato B, che al’epoca era il cavallo di battaglia delle nostre esibizioni live.
Molti ci chiedono di registrare nuovamente entrambi i brani, e forse dovremmo perché le sonorità del singolo non rendono del tutto giustizia al nostro lavoro; potremmo anche rivedere la disposizione dei brani, chissà.

Anche un titolo, nel caso di Untitled?

Non credo, anche se la storia di questo nome (un non-nome, in verità) è curiosa. Non sapevamo come chiamarlo e lo riascoltavamo di continuo. Il brano si appoggia su un’insistente chitarra, e in quel periodo i Byrds erano una delle nostre maggiori fonti di ispirazione; così abbiamo voluto citare il loro omonimo album. “Untitled” è un tributo, mentre ci sono due motivi a “n.2”: sia perché c’è già Untitled dei Byrds, sia perché in origine questa doveva essere la traccia 2. Poi invece è diventata la 1.

Musicalmente vi ispirate al brit pop, questo è chiaro. I testi invece, come nascono?
I nostri brani parlano spesso di esperienze personali. Siccome li scrivo io, sono per lo più delle osservazioni, delle sensazioni in cui magari non mi ritrovo più dopo; intanto però cerco di catturare dei momenti. Quando ho scritto a Shame on you mi riferivo ad una persona, che è stata come Bertoncelli per Guccini, ma non è che ce l’abbia davvero con lei. 

Avete un pubblico molto affezionato, un “compatto e fedele seguito negli ambienti underground” come leggo sul sito di Tre Accordi. Qual è il vostro rapporto con i fans?
Diciamo che i nostri fan più affezionati sono Edoardo e Jacopo dei The Red Roosters (qui l’intervista del Bloggo al release party del loro ultimo disco). – Ride – Però abbiamo delle persone che ci vengono a sentire, anche se suonando a Milano non puoi aspettarti di fare sempre pienone. Ma spesso chi ti ascolta si diverte, compra il disco, ti fa i complimenti; siamo ancora in una nicchia ma piano piano cerchiamo di ritagliarci il nostro spazio, senza false aspettative.

L’importante è starci bene nella propria nicchia. Invece parlaci della tua vita nei Remington, so che ad esempio avete fatto da spalla a Dan Stuart.
Sì, con Dan siamo diventati amici, per quanto persone che abitano da due parti opposte del mondo possano esserlo, nel senso che ci sentiamo du Facebook e al massimo quando viene andiamo a sentirlo suonare. E’ molto bello parlare con lui perchè ha sempre dei consigli per la band: è severo ma giusto. E’ stato bellissimo aprire per lui perchè i Green on Red ci piacciono e ci hanno molto influenzato musicalmente. Dan è veramente un genio e per noi è stato un onore avere un rapporto più personale con lui, parlare di musica e sentire i suoi aneddoti. Ad esempio ci ha raccontato di quando i The Jesus and Mary Chain, che erano dei ragazzini, hanno aperto un loro concerto. Oppure ti racconta di Alex Chilton dei Big Star che era un suo grande amico. Poi si parla di musica e lui anche se può essere considerato un eroe minore nella storia del rock, per me è un mostro sacro, una divinità, ed è ancora bravissimo a scrivere canzoni, con idee chiare, che non accetta compromessi sulla sua musica.

Altri momenti da ricordare?
L’ultima esperienza memorabile è stata quando siamo andati a suonare al Cavern Pub di Liverpool. E’ stata un’esperienza formativa come musicista. Prima di tutto perché abbiamo suonato in Inghilterra dove tutto è nato – il rock pop moderno che si ascolta è quasi tutto di matrice inglese. Forse quello anni ’50 aveva più influenze americane, adesso però anche le band americane hanno influenze inglesi, quindi l’Inghilterra è la culla della musica che amiamo. Poi suonare davanti ad un pubblico completamente diverso da quello italiano, che ha più ascolti, nel senso che per loro la musica pop è quella, loro non hanno Gianni Morandi, ma hanno i Beatles e i Kinks, perciò suoni davanti a persone che masticano quella cosa lì tutti i giorni. Inoltre c’erano persone di tutte le età e poi il Cavern pub è un locale storico dove hanno suonato i Beatles e gruppi dell’età d’oro del rock. In quell’occasione partecipavamo ad un festival con band da tutto il mondo, noi eravamo insieme ad altre due gli unici italiani, ci facevano girare abbiamo fatto tre concerti nel giro di una sera perchè lì ci sono tre palchi. E’ stato molto bello perchè la gente era partecipe ed abbiamo venduto dei dischi. Non abbiamo guadagnato praticamente nulla, andando a spese nostre, ma anche per gli altri componenti della band è stata una bellissima opportunità ed esperienza.

A proposito degli altri membri, adesso siete in cinque?
Dipende dalle situazioni, ad esempio a Liverpool siamo andati in tre. Invece a Fermento Sonoro verremo con la formazione completa. Diciamo che i due membri permanenti siamo io e mio fratello, gli altri ci sono sempre e collaboreranno al disco, spero.
Mi piace suonare con persone che fanno qualcosa di particolare, qualcosa che mi piace anche a livello compositivo. Mi piace lasciare che loro esprimano la loro creatività. Ci sono Dario Persi e Mattia Baretta che suonano anche con i Radio Days, un gruppo power pop affermato, fanno date in Spagna e hanno già una loro carriera. Quando possono vengono da noi, se no suoniamo in tre. Comunque si sente che Mattia e Dario ci mettono proprio del loro perchè il suono cambia in maniera radicale, hanno un’intenzione diversa che a me piace: per adesso i Remington sono un quintetto!

Visto che l’hai citato non posso non chiederti del nuovo disco!
Ci stiamo già lavorando, dobbiamo mettere insieme i pezzi del puzzle, nel senso che abbiamo delle canzoni già finite e altre che invece andrebbero migliorate e altre da terminare. Perciò adesso stiamo mettendo insieme il disco, abbiamo già registrato qualche provino e piano piano li registreremo tutti. Spero almeno per l’anno prossimo di riuscire a far uscire questo disco perchè ci tengo e questi brani nuovi stanno uscendo bene. io e mio fratello ci stiamo lavorando spesso e siamo fiduciosi. Pezzi che non abbiamo ancora suonato dal vivo, perchè uno degli errori del disco precedente è stato che abbiamo suonato troppo i brani dal vivo.

Quindi non li sentiremo a Fermento Sonoro?
Non lo so, forse qualcuno, bisogna vedere se con le prove si riesce ad organizzare il tutto.

C’è qualche brano  di cui ci vuoi parlare in particolare? Le influenze dell’album?
Il disco ci piacerebbe molto beatlesiano, con il pianoforte, quei riverberi, la voce sottile un po’ alla Lennon.
Sono cose che hanno fatto in tanti, però su alcuni brani che ho scritto ultimamente ci starebbero bene.
Non saprei dirti bene le influenze. Talvolta anche musicisti moderni come Frisell o Marc Ribot, un jazz contemporaneo e folk, che si sposano alla musica pop rock. Ci sono tante influenze: i Kinks sempre, perchè sono di quelle band che piace a tutti i membri del gruppo, quindi mi influenza enormemente nella scrittura dei brani; i Beach Boys, tutta roba vecchia.

Avete sempre attinto ad un repertorio che va da Wilco a brit pop, al power rock, folk rock, comunque.
Se tu le ascolti bene, tutte le band che hai citato le puoi mettere nello stesso decennio: dal 2000 in poi, si è sempre trattato di fare musica in un certo modo, c’è un filo conduttore. Sono cose che ci sento io almeno, poi magari qualcuno non trova queste similitudini; ma se proprio dovessi tracciare uno schema dell’evoluzione della musica rock metterei quelle band.

Funziona ispirarsi a quel passato e riproporlo proposta su un palco underground per un pubblico giovane?
Penso di sì, a volte funziona a volte no, però c’è speranza perchè è un modo abbastanza classico di far musica naturale non forzata.
Fare in un’altra maniera sarebbe fingere, mentre a noi piace così. Fare pezzi in italiano in stile Vasco Brondi, che per carità rispetto perché vedo che vanno molto, non è nelle mie corde. Non saprei nemmeno come fare una cosa del genere. Probabilmente poi va di più perché è italiano e si preferisce capire i testi. Ma amo anche la musica italiana, che però è un’altra cosa, bisogna saperla fare perchè inglese e italiano hanno due linguaggi diverse anche musicalmente.
Però alla fin fine non mi interessa, anche perchè siamo qua a fare musica alternativa indipendente e uno deve fare quello che vuole e si sente di fare, se no  non ha senso e vai a Xfactor. Secondo me fare le cose con passione e onestà prima o poi premia.

E Fermento Sonoro?
Beh, è senza dubbio sarà un gran bel festival, un appuntamento al quale siamo contenti di partecipare.

Ci vediamo lì, allora. E voi?

Giulio Bellotto

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