Mese: maggio 2015

Stagione 2016, alla Scala Chailly riscopre il repertorio italiano

Che ci fosse aria di cambiamento al teatro alla Scala di Milano già lo si era capito con la volontà da parte di Riccardo Chailly, nuovo direttore musicale del teatro, di rappresentare la Turandot di Puccini la sera della vigilia del primo giorno di EXPO 2015, una sorta di “seconda prima” della stagione data l’importanza dell’evento. Ora con l’annuncio del programma per la stagione 2015/2016 l’impronta che Chailly vuole dare al suo operato è confermata: ripresa del repertorio italiano con occhio sia al passato poco conosciuto, che al moderno. Potremmo definire Chailly un innovatore e un “riscopritore”, ma allo stesso tempo un classico.

Innanzitutto si nota una sorta di snellimento del programma, se nel 2014/2015 le opere andate in scena sono state ben 19 e 7 i balletti, con la stagione nuova saranno 15 le opere e 6 i balletti. È vero che Expo a Ottobre finirà e dunque il teatro tornerà a regimi normali di rappresentazione (non più uno spettacolo per ogni sera), ciononostante una diminuzione di 6 spettacoli da un anno all’altro non è di poco conto. In secondo luogo, se Daniel Barenboim, uscente direttore musicale, ha voluto rappresentare in 4 anni di direzione come prime opere del cartellone ben 3 opere “straniere” (Fidelio-Beethoven nel 2014, Lohengrin-Wagner nel 2012, Don Giovanni-Mozart nel 2011, solo nel 2013 fece La Traviata di Verdi, costretto dal fatto che ricorresse proprio in quell’anno il bicentenario dalla nascita del maestro di Busseto), ecco che Chailly ci propone come prima opera del cartellone una specie di inedito per il teatro scaligero: Giovanna D’Arco di Giuseppe Verdi. Italia dunque, e con coraggio. L’opera, che esordì alla Scala nel 1845, è dal lontano 1865 che non viene rappresentata a Milano. Una scelta audace sicuramente e molto interessante. Una scelta che va a confermare l’interesse per la messa in scena di spettacoli propri del nostro territorio e della nostra cultura. Una scelta che va ad innovare il panorama dell’offerta operistica recente con qualcosa di passato. Subito dopo c’è il Rigoletto, con il sempre-verde baritono Leo Nucci, nei panni del buffone di corte. Sempre di Verdi nel programma ci sono anche Simon Boccanegra e I Due Foscari (dove Placido Domingo sarà accompagnato da giovani e talentuosi cantanti italiani) per un totale di ben 4 opere verdiane in calendario. Ma il repertorio italiano non finisce qui, in programma ci sono anche La Fanciulla del West di Puccini, spettacolo che si preannuncia molto interessante in quanto l’intera partitura dell’opera verrà rivista da Chailly a correggerne le modifiche apportate da Toscanini, L’ Incoronazione Di Poppea di Monteverdi (la stessa della stagione in corso), e La Cena Delle Beffe di Umberto Giordano. Il programma poi è completato da Le Nozze Di Figaro, Händel per il ciclo barocco, Strauss, Ravel e Gerschwin con la versione rivisitata da parte del direttore Nikolaus Harnoncourt (alla musica) e il fratello Philipp (alla regia) di Porgy e Bess. Infine c’è un’opera moderna del polacco Kyörgy Kurtag, a voler confermare l’interesse della Scala per le nuove composizioni come visto già quest’anno con CO2 di Giorgio Battistelli. Per quanto riguarda i balletti, oltre ai classici sempre validi abbiamo Il Giardino degli Amanti nuova produzione con musiche di Mozart, di cui cade nel 2016 il 225esimo anniversario dalla morte.

Insomma il programma è sicuramente incentrato sul repertorio italiano e in particolare sulla riscoperta di alcuni lavori trascurati negli ultimi anni, primo tra tutti la ripresa di Giovanna D’Arco, opera di cui sinceramente non conoscevo nemmeno l’esistenza. Continuano invece dei cicli già incominciati negli anni precedenti: opere di repertorio barocco (Monteverdi e Händel) ma allo stessa la scoperta del moderno 1900 (Giordano, Gerschwin e Ravel) fino all’attuale, con l’impegno di proporre ogni anno almeno un’opera contemporanea. Una sola cosa mi è dispiaciuta… Mi sarebbe piaciuto, tra le opere del nostro repertorio, vedere in calendario un’opera buffa. Un’opera buffa per stagione non fa mai male penso, ad esempio un Rossini un po’ meno conosciuto come Il Signor Bruschino o L’Inganno Felice, opere che non vediamo da tempo a Milano, non penso avrebbero sfigurato. Magari con qualche nuova produzione innovativa. Avevo molto apprezzato la farsa L’Occasione fa il Ladro di Rossini nel lontano 2010, ma rimango fiducioso di vederne qualcuna nei prossimi anni!

Sebastiano Totta

Invisibilia per visibilia, o l’estetica di Takis

Nell’VIII secolo all’interno dell’impero bizantino si situa la nascita dell’iconoclastia, quel movimento che vedeva nelle icone, nelle immagini sacre, il rischio per l’uomo di sfociare nell’idolatria e che quindi necessariamente andava imponendo un orientamento estetico. Esso non era unicamente una ventata di rigorismo antiartistico, ma una vera e propria polemica interna al mondo dell’arte. Adriano I, papa dal 772 al 795, seguendo le orme di Gregorio II e, prima di lui, di papa Gregorio Magno, operò in direzione di una rivalutazione teologica delle immagini, che aveva il suo principio nella formula gregoriana pictura quasi scriptura. Le immagini per Gregorio Magno, infatti, dovevano essere utilizzate dai fedeli come segni per ricordare i sacri misteri, divenendo così i libri degli illetterati. Papa Adriano I, partendo da questo punto, nella lettera diretta all’imperatrice Irene, parla di demonstrare invisibilia per visibilia, riuscire a trasmettere le cose invisibili, Dio, attraverso quelle terrene e quindi visibili.

Tentando un parallelismo quanto mai ardito e inconcludente, potrei affermare che: come gli anti-iconoclasti volevano, ai loro tempi, mostrare e dimostrare Dio e la sua energia invisibile ma presente, così in tempi più recenti un altro personaggio, storico, ma tuttora vivente, ha tentato di mostrare e dimostrare una forza invisibile, ma estremamente reale: si tratta di Panayotis Vassilakis, o, detto più semplicemente, di Takis.

Greco di nascita, ma parigino d’adozione, l’artista ha passato la sua intera carriera nel tentativo di catturare l’energia, quella forza a noi oramai sempre più necessaria, ma che non è mai direttamente visibile. In questa direzione egli ha agito concependo “l’opera d’arte come simbolo di energia”. Nel 1991, dopo un’ascesa riconosciuta e stimata in tutto il mondo, Takis riesce velocemente a racchiudere in una frase, in una piccola Bibbia, il suo credo artistico: “Come scultore non ho mai pensato in termini di estetica, di relazione con una forma, o in una chiave visiva. Ciò che mi ossessiona è il concetto di energia. I fenomeni naturali mi colpiscono.”

Il Palais de Tokyo di Parigi ha inaugurato il 18 febbraio una mostra che chiuderà il 17 maggio, volta a offrire una panoramica complessiva dell’artista greco che è stato negli ultimi anni ingiustamente oscurato e per certi versi dimenticato. Estremamente eclettico, Takis ha lavorato e espresso la sua poetica all’interno dei più disparati campi della fruizione estetica, dalla scultura alla musica, dall’installazione alla performance. Nato nel 1925 ad Atene, giunge nel 1954 a Parigi, dove trova terreno fertile per le sue sperimentazioni, fa la conoscenza di artisti come Jean Tinguely e Yves Klein, e stringe saldi rapporti con i membri della Beat Generation, come William Burroughs, Allen Ginsberg e Gregory Corso. È proprio col loro supporto che il 29 novembre 1960 Takis organizza alla Iris Clert Gallery di Parigi un evento che entrerà a far parte degli annali per la sua carica eversiva e stravagante.L’happening si intitola L’impossible, un homme dans l’espace. Il poeta beat Sinclair Beiles è sospeso per pochi secondi nello spazio – o perlomeno questo narra la leggenda – grazie ad un potente campo elettrico supportato da calamite progettate dallo stesso Takis. Beiles è munito di un casco per moto e rincuorato dalla presenza di una rete a lui sottostante nel caso l’esperimento non fosse funzionato. Durante il miracolo dell’artista, il poeta recita ai presenti, mentre è sospeso nello spazio, il Manifesto magnétique:

Io sono una scultura. Ci sono altre sculture come me. La più grande differenza è che loro non possono parlare. Quando alcune delle sculture provano a parlare esplodono. Causano la morte. Quando parlo di “Bomba” di Gregory Corso sto parlando di vita e morte e nessuno prova dolore […] Mi piacerebbe vedere tutte le bombe nucleari sulla terra trasformate in sculture.

Takis sarà così ricordato come colui che per primo spedì un uomo nello spazio, anticipando Jurij Gagarin e l’URSS di ben sei mesi.

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Come un Leonardo moderno, il greco diviene sinolo di arte e scienza, non solo inseguendo il sogno dell’uomo fluttuante nell’aria, ma rimanendo profondamente affascinato dalla “magia scientifica”, cercando di cogliere e imprigionare l’energia cosmica. Nella stessa direzione va il Mur magnétique – 4e dimension del 2004, l’installazione di un lungo pannello di color rosso sul quale è applicata una striscia ondulata in ferro. Lo spettatore è invitato a prendere in mano una delle bussole a disposizione e a passeggiare accostandola alla linea, verificando di persona la sua violenta perdita di orientamento imposta dalle forze magnetiche.

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Altra indagine è la serie che l’artista crea a partire dagli anni ’60, accostando cilindri metallici penzolanti dal soffitto a tele monocrome che nascondono magneti, lasciando sfiorare le due superficii a pochi centimetri di distanza.

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Nel 1955 è colpito da quella che definisce una “foresta” di segnali, alla stazione ferroviaria di Calais. Da questa esperienza prende l’avvio la serie di Signaux, aste verticali terminanti con elementi meccanici recuperati, volti al cielo, alcuni dei quali con luci. Nel 1988 allestisce una spianata di segnali, vera foresta metropolitana, a La Dèfense a Parigi, dove tutt’ora si trovano. Dall’esplorazione dell’energia dei campi magnetici deriva anche un’interesse per la musicalità da essi prodotta, e per l’aleatorietà, nella stessa direzione degli altri compositori d’avanguardia. Takis fuggendo l’arbitrarietà dell’artista, ricerca un’origine naturale del suono. I risultati sono estremamente innovativi tanto che nel dicembre 1966 la rivista New Scientist lo accosta a John Cage e Iannis Xenakis come i più promettenti musicisti del secolo.

D’altronde già nel 1962 Duchamp aveva colto con estrema lucidità e brio lo spirito e la missione dell’artista definendolo “gaio lavoratore dei campi magnetici e indicatore delle strade di ferro dolce”. Giunto quasi all’età di 90 anni, Takis continua la sua carriera di “sapiente intuitivo”, dopo aver combattuto durante tutta la sua vita per rendere accessibile e chiaro una delle infinite realtà che sembrano tanto astratte e vaghe, per rendere fruibile ciò che solitamente non è decodificabile nel nostro campo visivo e quindi – limitativamente – cognitivo. Con la sua arte ha mostrato il suo Dio, l’energia, i campi magnetici, enti metafisici e spesso estremamente misteriosi per noi, profani della scienza, ma che esistono ed agiscono. La leggerezza delle gravi sculture di Takis è proprio questa, il riuscire a cogliere e racchiudere una forza tanto estrema, ma, al tempo stesso, così impercettibile. Per visibilia invisibilia!

 Bernardo Follini

Due parole e due pareri su “O.z. Storia di un’emigrazione”

Dorothy è ancora una bambina. E’ allegra, vivace, viziata.
La nave da crociera su cui viaggia con gli zii naufraga. Dorothy si ritrova catapultata in una realtà mai vista prima, un nuovo paese tanto bello alla vista quanto ostile.
Dorothy vorrebbe tornare a casa ma è sola, eccetto per tre amici incontrati lungo la strada verso Oz, un luogo di speranza, culla di culture, ponte tra i popoli.
Con loro, una spaventapasseri, un robot e un soldato che di nome di battaglia fa Leone, si mette in viaggio verso l’utopia di cambiare la propria vita.
Ma O.Z. è una finzione. O.Z. è solo una delle tante “Lampedusa” dei nostri giorni.

Un momento dello spettacolo

Un momento dello spettacolo

Questo è il materiale da cui la compagnia Eco di fondo è partita per raccontare l’epopea dei migranti ai nostri giorni, utilizzando metaforicamente il celebre romanzo per l’infanzia di L. Frank Baum, Il mago di Oz.
In questi primi giorni di maggio, abbiamo avuto il piacere di osservare il risultato del loro lavoro in due occasioni: l’anteprima nazionale, resa possibile dal Progetto Residenza LAB121, e la prima replica milanese è arrivata pochi giorni dopo ad inaugurare la XXVI edizione del festival Segnali, dedicato al Teatro Ragazzi.
Questi due momenti ci hanno restituito diverse impressioni che abbiamo deciso di presentarvi in questa “duplice recensione” a quattro mani.

2 maggio, LAB121:
Una delle storie delle tante emigrazioni che dall’inizio del pianeta ad oggi animali ed esseri umani si sono ritrovati a vivere.
Una regia sperimentale a tratti cinematografica accompagna uno spettacolo ben costruito che si avvale di attori decisamente espressivi e sincroni allo stile che impregna l’opera, giocata a livello interpretativo sul mimo – espediente ricorrente nel trattare il tema delle migrazioni. E’ però proprio quest’ultimo, lo stile fiabesco e semplicistico del linguaggio scelto del regista e nel quale gli attori sembrano sguazzare con armonia che toglie forza alla grandezza del tema portante e dei microtemi delle grandi passioni e contraddizioni dell’umano. Un inizio alla Lynch, degno di Cuore Selvaggio, con tanto di citazione e siparietti ripresi solo a tratti nei rari momenti in cui il gusto dell’onirico, la sua natura inquietante, venivano a dare sostegno e spessore; questi elementi potevano dare corpo alla complessità che la compagnia ha cercato di portare sul palco ma la regia ha preferito i toni del perbenismo, della commedia e dell’esplicito degni più di un tentativo di sensibilizzazione sociale rispetto ad un tema fattosi caldo e controverso nell’attualità, che non di una grande opera d’arte.

Eliana Cianci

6 maggio, Teatro Verdi (festival Segnali):
Giulia Viana, interprete e drammaturga, e Giacomo Ferraù, drammaturgo e regista, ci presentano il paradosso di un viaggio immobile e mimato che si svolge nell’angusto spazio teatrale, specchio e restituzione della cruda realtà. Non c’è lieto fine nella loro rilettura del grande classico americano per l’infanzia, né mancano momenti di tensione al limite del romanzo “di paura”; eppure una nota positiva risuona nelle parole di Dorothy, maturata grazie all’esperienza che ha vissuto e ora pronta a testimoniarla, a denunciare il mondo dei suoi zii e di chi volta lo sguardo di fronte alla miseria per paura della diversità. Per questo, O.z. ricade nella grande categoria dei racconti di formazione, costante riferimento di generazioni di bambini dall’800 ad oggi.
In uno spettacolo tanto denso di riferimenti cinematografici, il topos del naufragio richiama il benpensante Giordana di Quando sei nato non puoi più nasconderti e ricorda il ruvido Kipling di Capitani coraggiosi, la nuova consapevolezza di Dorothy diventa pop quanto la redenzione di Cutzco in Le follie dell’imperatore, il Leone sembra il Sgt. Hartman e l’Uomo di latta è assolutamente C-3PO.
Anche la lezione del teatro fisico di Brie è ben riconoscibile, appresa a dovere e ben riproposta dagli attori Pinna, Stelluti e Scuderi; e se anche i registri stilistici non sempre si armonizzano, altalenando tra l’ironia, la tragedia e il sentimentale,  l’impressione è un caos narrativamente organizzato. Il maggior elemento di coesione è comunque offerto dai simboli di cui lo spettacolo è disseminato: l’acquario, il mare, il confine, il sentiero dorato, le scarpe rosse… Un po’ come quel bell’episodio di Scrubs, non so se lo ricordate:

Si può dire che anche l’O.z. di Eco di fondo, coerente col suo impianto cinematografico, scada nell’errore di tutti gli schermi, grandi o piccoli che siano: la tendenza alle semplificazioni. Ma si può affermare con altrettanta certezza che ne condivide anche la più grande forza, il suo messaggio di solidarietà e rispetto arriva chiaro e potente, come in una favola.

Giulio Bellotto

Un Festival di Teatro (non solo) per ragazzi

In questi mesi il Bloggo vi ha parlato molto di teatro, ma c’è un ambito che purtroppo è poco frequentato da noi e dal pubblico in generale, anche il più accorto. E’ qualcosa di cui si parla e si scrive molto poco, ma che riveste in realtà un grande interesse per la molteplicità e specificità dei suoi stili e per la grande abilità narrativa e attoriale richiesta ai suoi interpreti.
Il Teatro Ragazzi è molto più difficile di quel che sembra, dal momento che gli è propria una specifica progettualità artistica e psicopedagogica indirizzata verso linguaggi e metodologie proprie dell’infanzia e dell’adolescenza. Il suo pubblico ideale nonché destinatario, sembra scontato, sono i ragazzi. Ma non per questo il fenomeno teatrale che si genera da questa forma di espressione artistica è meno interessante per un pubblico adulto, in grado di indagarne e apprezzarne i vari livelli interpretativi e le tecniche spesso molto raffinate e sottili.
Per questa ragione abbiamo accettato con entusiasmo l’offerta di seguire il Festival Segnali 2015. Ringraziando Mario Bianchi, giornalista di Eolo Online ed esperto di Teatro Ragazzi, per averci dato questa possibilità, andiamo a presentarvi il festival:
Segnali 2015

Nato nel 1990 a Milano, Segnali ha rappresentato da allora un “luogo” privilegiato di riflessione e visibilità per compagnie professionali che si occupano di Teatro Ragazzi ed è diventato un modello oltre che un vero e proprio network del settore.
Permettendo una diretta conoscenza degli spettacoli in circolazione, ha favorito la progettazione di programmazioni più consapevoli ed efficaci e offerto notevolissime agevolazioni alla distribuzione della produzione lombarda sull’intero territorio nazionale. Dal 2007 sono stati inseriti nella programmazione spettacoli provenienti dal panorama teatrale italiano e internazionale ed è stato dedicato più spazio ai progetti artistici di giovani compagnie.

Raggiunta la XXVI edizione, organizzata e gestita dal Teatro del Buratto e da Elsinor, “SEGNALI 2015. Festival Teatro Ragazzi” si svolgerà a Milano (presso il Teatro Verdi e il Teatro Sala Fontana) e a Cormano (presso gli spazi di Bì La fabbrica del Gioco e delle Arti) nei giorni 6, 7 e 8 maggio 2015.
Segnali 2015 proporrà 14 spettacoli, programmati in tre giorni e sarà arricchito da due importanti momenti: un Tavolo d’incontro sulle prospettive del teatro per l’infanzia e la gioventù nel nuovo assetto teatrale italiano, e l’ormai classico appuntamento per la consegna dei premi EOLO Awards, organizzati dalla rivista di teatro ragazzi Eolo Online.

La direzione artistica sottolinea come “la scelta degli spettacoli è maturata dal necessario scambio/confronto di contenuti e linguaggi tra vecchie e nuove generazioni, tra chi da anni si muove nel complesso mondo della cultura per i bambini e i giovani, forte di esperienza e di ricca storicità e chi a questo mondo si affaccia o da poco lo frequenta“.
Quest’appuntamento sarà quindi ricco di incontri tra poetiche nuove e consolidate, in ogni caso sempre alla ricerca del proprio senso a confronto con un pubblico mai fermo, sempre in evoluzione. Aspettatevi spettacoli che propongono differenti linguaggi e si rivolgono a diverse fasce di età; di seguito il programma completo:

Mercoledì 6 maggio, a Milano
Ore 16.30 – TEATRO VERDI
Tavolo di confronto: Made in Italy, atto secondo.
Un confronto sulle nuove regole del Teatro
contemporaneo, giovani generazioni e strumenti di
sostenibilità. Ovvero come nuovi pensieri possono trovare concretezza e traduzione in attività sostenibili e in ciò accompagnati da una molteplicità di voci. Un convegno per individuare e valutare insieme possibili strategie e scenari futuri in un territorio teatrale mutato. Nello stesso accordo evocativo una continuità con il Convegno del Festival di Castelfiorentino.
Ore 19.00 – TEATRO VERDI
Eco di Fondo O.Z. STORIA DI UN’EMIGRAZIONE
Ore 21.30 – TEATRO SALA FONTANA
Teatro Cargo Compleanno Afghano

Giovedì 7 maggio, a Cormano
Ore 9.30 / 12.30 Bi. LA FABBRICA DEL GIOCO E DELLE ARTI – Sala Platea Unterwasser Out
Ore 9.30 / 12.30 Bi. LA FABBRICA DEL GIOCO E DELLE ARTI – Sala delle arti Ass. Culturale Anfiteatro 1914 La Tregua
Ore 11.00 – Bi. LA FABBRICA DEL GIOCO E DELLE ARTI – Teatro La luna nel letto
SeMino
Ore 15.30 – TEATRO VERDI
Teatro del Buratto Io me la gioco
Ore 17.00 – TEATRO SALA FONTANA Ruota Libera
Ciao Buio
Ore 19.00 – TEATRO VERDI Scarlattine Teatro
Piccola Odissea
Ore 21.00 – TEATRO SALA FONTANA Consegna degli EOLO AWARDS organizzati
dalla rivista Eolo

Il Premio è dedicato a Manuela Fralleone
A seguire breve incontro con Henning Fangauf – Vice Direttore del Kinder – und Jugendtheaterzentrum di Francoforte sul Meno e presentazione del testo teatrale
Dreier steht Kopf (Il tre và sottosopra) di : Carsten Brandau premio: Deutscher Kindertheaterpreis 2014
Ore 21.30 – TEATRO SALA FONTANA Ifratellicaproni/Eccentrici Dadarò
Operativi!

Venerdì 8 maggio Milano
Ore 09.30 – TEATRO SALA FONTANA
Elsinor Pierino e il lupo
Ore 10.45 – TEATRO VERDI
Giallo Mare Minimal Teatro Tre porcellini
Ore 14.00 – TEATRO SALA FONTANA
Cada die Teatro Più veloce di un raglio
Ore 15.30 – TEATRO VERDI
Osmdynamicacting Greta la matta
17.00 – TEATRO SALA FONTANA
Idiot Savant / Ludwig La famosa invasione degli orsi in Sicilia

Giulio Bellotto

Il volto di Milano il Primo Maggio

Il volto autentico di Milano è quello, positivo nobile e bello, dell’apertura dell’Expo al mondo e al futuro. […] Il volto autentico sono i bambini che cantano l’inno e i milanesi che stanno già rimettendo ordine in città.

Queste le parole che, da Palazzo Chigi, commentano gli atti violenti del Primo Maggio avvenuti durante la manifestazione No Expo a Milano.

Il volto vero di Milano però è anche la manifestazione pacifica dei dissidenti, perché mi piace pensare che la piazza della mia città sia un luogo di confronto di idee e di persone con idee diverse che non abbiano paura ad esprimerle. Quindi se proprio dobbiamo rimanere sull’immagine metaforica del volto preferisco una faccia schizofrenica dalle mille espressioni, che non un apatico consenso, cieco di fronte ai limiti e ad alcune contraddizioni innegabili dell’esposizione universale.

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Ma quando la protesta è diventata pretesto per un’azione di odio e violenza contro la città? Alla prima scritta su un muro? Alla prima bomba carta o alla prima macchina bruciata?

Così il volto di Milano si è corrucciato e tutti si dichiarano indignati. i manifestanti No Expo pacifici dicono che non potevano immaginarlo, che loro si dissociano, gli Expottimisti che questa è una figuraccia ben peggiore dei padiglioni non finiti, tutti gli altri fanno foto alle vetrine rotte, #vergogna.

Indignazione che si è presto trasformata in nuovo odio, perché per gli amanti del genere “capro espiatorio”, dopo il video delle due ragazze rom tredicenni, ecco che gira l’intervista ad un presunto black bloc, tradotta in “E’ giusto spaccare tutto”. Adesso girano già su Facebook il nome e l’indirizzo del ragazzo e gruppi che incitano ad andarlo a cercare per “un’azione punitiva”.

Fortunatamente non esistono solo i leoni da tastiera e le loro proposte controproducenti, ma da ieri sera alcuni cittadini si sono mobilitati, anche attraverso i social, per aiutare l’AMSA a pulire Milano. #RipuliamoMilano. Ormai non c’è niente di più aggregante di un bel per unire il popolo del web. Come ben sanno anche i nostri amici vandali, anche se forse è ancora lontano dalla loro comprensione il vero significato del simbolo, oppure troppo abituati ai smartphones hanno dimenticato che i muri delle case non sono come la bacheca di Facebook…

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Così ieri sera ci siamo trovati in un gruppetto di dieci persone capitanati dall’attivissima Carolina Paulesu, che con Anna Tagliabue ha creato l’evento su Facebook (La Stampa parla di noi!), armati di guanti, sacchetti della spazzatura e buone intenzioni; lungo via Boccaccio abbiamo poi incontrato un altro gruppo di ragazzi anche loro pronti a pulire con alcol e stracci e insieme abbiamo iniziato a grattare via i graffiti dalle vetrine- quelle non rotte.

Un barattolo di passata biologica di sicuro lanciata contro gli sprechi di Expo

Un barattolo di passata di pomodoro biologica probabilmente lanciata contro gli sprechi di Expo

Il gesto reale di per sé non è stato nulla di grandioso, soprattutto rispetto a quanto ha fatto l’AMSA in modo efficientissimo e velocissimo, ma è stato bello rendersi utili e vedere quante persone supportassero l’iniziativa. Alcuni ragazzi si sono fermati ad aiutarci, una macchina ci ha regalato un pacchetto di sigarette (nessuno ha fumato con l’alcol in mano) e un condomine ci ha portato dei panini con il prosciutto- che poi abbiamo portato ai senzatetto a Cadorna.

Sta mattina guardando la televisione un giornalista valutava i danni nella zona Carducci-Cadorna non particolarmente gravi o evidenti e si complimentava con l’AMSA per il buon lavoro svolto. Tutto senz’altro vero se non fosse che per chi è abituato a vivere a Milano, e non solo in quella zona, vedere più di cinque carcasse di macchine bruciate e vetrine e semafori spaccati non è poco grave. Per questo i ragazzi che pulivano con noi venivano da San Siro, Porta Romana, zona Sempione, Paderno e altre zone di Milano e dintorni, perché per molti è stato difficile rimanere indifferenti e accettare la violenza e il vandalismo come qualcosa di incontrastabile. Perché cancellare le scritte da un muro non è solo un gesto civile di chi non vuole che casa sua sia imbrattata, ma è la risposta di chi pensa che le dimostrazioni violente non veicolino nessun messaggio, che non è con la paura e con le minacce che ci si fa ascoltare. In più questa protesta violenta è contro Expo che ormai non può essere annullata, i soldi sono stati spesi, parte dei padiglioni costruiti, quindi tanto vale farla funzionare in modo che i guadagni attutiscano le perdite.

Mentre stavamo pulendo una vetrina due ragazzi ci hanno chiesto se era la vetrina del nostro negozio e la risposta è stata “No, ma è la nostra città”.

Valentina Villa