La Biblioteca di Babele: Le morti concentriche

L’Universo – che altri chiamano la Biblioteca – si compone di un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali.

E’ l’incipit del famoso racconto di Jorge Luis Borges La Biblioteca di Babele, dove si immagina un universo allucinatorio come una Biblioteca “illimitata e periodica” il cui segreto è nascosto dentro libri indecifrabili.

Tu, che mi leggi, sei sicuro d’intendere la mia lingua?

Lo scrittore argentino in questo breve scritto esprime la sua ossessione per le parole e la sua passione per la lettura: il lettore, l’uomo di Babele, è protagonista e viaggia tutta la vita in cerca di un libro in mezzo al nonsenso. La sua unica speranza è che qualcuno un giorno riesca a leggere il libro sull’Ordine del Tutto. Umberto Eco lo definisce “archivista delirante”, un ossimoro, per indicare il suo sperimentalismo e creatività, evidente anche in un’altra sua raccolta: L’Aleph.
La sua originalità non si esaurisce unicamente nella letteratura, ma è arrivata a toccare perfino l’editoria curando una collana di letture fantastiche chiamata, guarda caso, La Biblioteca di Babele. L’editore creatore della collana fu l’italiano Franco Maria Ricci, ma quasi tutti i volumi sono stati scelti e introdotti da Borges: essi infatti sono testi fondamentali per la formazione dello scrittore e leggendoli è facile intuire l’influenza che hanno avuto su di lui.

La prima raccolta di racconti della collana è Le morti concentriche di Jack London, pubblicata nel 1975. cover14
L’introduzione fatta da Borges allo scrittore americano è già di per sé parte del racconto (viene anche riportata nell’edizione Mondadori del Richiamo della Foresta): “figlio illegittimo di un astronomo ambulante, tratto profetico del suo destino di vagabondo”. La sua vita avventurosa e in costante movimento guida la sua mano in una scrittura dal ritmo serrato e crudo che non ha bisogno di interpretazioni. E’ molto interessante il paragone fatto da Borges tra London e Hemingway: “Entrambi si pentirono della loro infatuazione per la mera violenza: non fu un caso che tutti e due, stanchi di fama, di pericolo e d’oro, cercassero scampo nel suicidio”.

Nei cinque racconti del libro la morte è il filo conduttore ma è l’umanità la vera protagonista, che deve sopravvivere, talvolta anche a se stessa.
Nella Casa di Mauphi, il lettore è come uno spirito che entra in diversi personaggi con fluidità per conoscere il loro punto di vista durante una terribile alluvione. Solo alla fine si scoprirà il vero (la vera)protagonista.
Il secondo racconto si spiega nel suo titolo, La legge della vita, in cui il destino di un vecchio padre viene accettato con naturalezza e senza sofferenza dalla tribù nomade e da lui stesso, nonostante la sua atrocità.
Faccia perduta è il mio racconto preferito, l’ironia macabra dell’escamotage di morte del venditore di pelli protagonista è geniale e sorprendente anche il dialogo serrato con l’aguzzino è costruito in modo magistrale.
Anche il quarto racconto è molto interessante “Le morti concentriche”, il titolo originale è “The Minions of Midas”. In questo racconto incontriamo una spietata società segreta che minaccia persone facoltose per essere finanziate. Il pegno se non accettano? Una persona sconosciuta o conosciuta dalla vittima verrà uccisa. Questo meccanismo di rivalsa dei più deboli sui più forti viene raccontato attraverso una lettera di un suicida che si conclude “ Non ti preoccupare: hai tra le mani il destino dell’umanità”.
L’ultimo, L’ombra e il Baleno, si concentra sulla possibilità di essere invisibile, ricerca per la quale i due protagonisti si accapigliano fino ad arrivare ad una conclusione non così imprevedibile.
L’umanità è messa a nudo e vediamo i suoi punti di forza e le sue debolezze, le sue leggi e le sue eccezioni e la morte è un’uscita di scena, com’è evidente soprattutto in Faccia Perduta.
Per concludere non posso che citare le perfette parole che lo scrittore argentino adopera per descrivere la fine della vita di Jack London e che in un certo qual modo riassumono anche il sentimento dei suoi racconti:

Jack London morì a quarant’anni ed esaurì fino alla feccia la vita del corpo e quella dello spirito. Nessuna delle due lo soddisfece del tutto, e cercò nella morte il tetro splendore del nulla.

Valentina Villa

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