Giorno: 15 marzo 2015

La parabola dell’equilibrista: Lehman Trilogy

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Recentemente ho avuto la fortuna e il piacere di vedere lo spettacolo in scena nelle scorse settimane al Piccolo Teatro Grassi, Lehman Trilogy, regia di Luca Ronconi, basato su un testo di Stefano Massini. Non essendo né un appassionato del genere né un assiduo frequentatore degli spazi teatrali milanesi, vi racconterò di quello che ho visto dall’alto della mia ignoranza teatrale. Fortunatamente per me lo spettacolo in questione narra vicende vagamente familiari. Sono, infatti, uno studente di Economia e della Lehman Brothers Holding Inc. ne ho sentito parlare fin troppo, eppure mai mi sono approcciato all’argomento tramite il teatro.

L’intero spettacolo racconta la storia imprenditoriale della famiglia Lehman, dall’arrivo in America nella seconda metà dell’ottocento fino al clamoroso fallimento del Settembre del 2008. Se da una parte però la storia del fallimento che ha scaturito la recente crisi economica è cosa nota (quasi) a tutti, dall’altra non è per nulla conosciuta la storia imprenditoriale che ha portato la Lehman Brothers ad essere quello che è diventata. Almeno non lo era per me. Che dire, lo spettacolo mi è piaciuto assai, sia perché ho trovato la tematica molto interessante e avvincente sia perché il modo, sicuramente originale, in cui è stato messo in scena se non straordinario è quanto meno fascinoso.
Partiamo dalla sinossi: – Lo spettacolo si divide in due parti. Nella prima parte si accentua il capitalismo americano della fine dell’ottocento, pieno di opportunità e di possibilità. L’American Dream insomma. Nella seconda parte invece, che incomincia con la Prima Guerra Mondiale, si mette in luce e in critica due aspetti caratteristici del capitalismo dei nostri tempi: la finanziarizzazione e la perdita di valori etici e morali di quest’ultimo.
Nella prima parte dunque abbiamo il racconto delle gloriose se non addirittura nobili vicende imprenditoriali di tre fratelli, origine ebraica ovviamente. Si parte con la commercializzazione di vestiti e di utensili da lavoro, poi di cotone, e si arriva infine al servizio d’intermediazione creditizia, o più semplicemente l’attività bancaria, passando per ferrovie, tabacco e settore tessile. Inutile dire di come questa parte venga messa in scena positivamente: i tre fratelli sono tre cavalieri del lavoro, sempre dediti alla sana attività imprenditoriale e agiscono sempre, seppur spregiudicatamente, col fine del sano e meritato accumulo di capitale. Nella seconda parte invece i toni sono decisamente diversi, prima la crisi del 1929, dove la regola del tbtf (too big to fail) salva la Lehman, e poi la definitiva trasformazione in banca d’affari finanziaria sanciscono la fine di quel sano capitalismo dei tre fratelli fondatori (oramai morti ma sempre presenti con riguardo all’attività) e l’inizio dell’era della speculazione azionaria, un’attività, a detta di alcuni, tra cui l’autore dell’opera, non legata all’economia reale ma al mondo finanziario, malvagio e spietato. Di qui parte la solita, vista e stra sentita, critica alla finanza, troppo lontana dall’economia reale, d’altronde s’investono soldi astratti tirati fuori dal cappello magico, che non hanno nulla a che fare con il lavoro “reale”, e troppo vicina ad un mondo astratto, senza spazio nè tempo, dove si scambiano oggetti magici ignoti tipo i derivati, che non sono titoli cui prezzo replica quello di un sottostante del mondo reale appunto. No, è magia. Si arriva alla fine al 2008, dove il tbtf non funziona, perché questa volta il mercato non fa sconti. A chi va computato il clamoroso bang della Lehman? Alla seconda generazione dei migranti (greci e ungheresi, che in scena vengono raffigurati come veri e propri mostri), che vedono nelle sale trading i cavalli del successo e nella speculazione finanziaria il loro unico obiettivo, arrivisti. Emblematica è la penultima scena dello spettacolo dove il capo della divisione trading, un ungherese, forte dei successi ottenuti, scavalca il presidente della banca, non più un Lehman bensì un greco, e sancisce la definitiva trasformazione della banca, portandola infine al fallimento. Finisce tutto ovviamente in tragedia con il più grande fallimento che la storia economica americana abbia mai visto. Poi quel che è successo in seguito lo sapete.

Per quanto riguarda invece gli aspetti teatrali della vicenda: interessantissimo è il fatto che noi spettatori, fin dal primo momento dello spettacolo, sappiamo che quello che ci verrà raccontato è la storia di un fallimento, la storia di qualcosa che è andato male. Non si parte però, come nei Buddenbrock di Thomas Mann, con una scena di fasti e splendori di una famiglia, come ad indicarci che il massimo splendore è quello li e che da li inizia una lunga ed inesorabile discesa. Si parte con l’arrivo al pier 9 di NewYork City di un ragazzo, Henry Lehman, che racconta un po’ di sé e della nuova avventura che sta per intraprendere. L’intero spettacolo dunque è una parabola, se vogliamo. Si parte da zero. Si finisce a zero (a dire il vero si finisce con più di 600 miliardi indebiti, però dai son solo numeri).
Sono davvero rimasto coinvolto e attaccato allo svolgersi delle vicende per tutte le 5 ore dispettacolo. Il ritmo della narrazione non è lineare ma segue i più importanti eventi della storia imprenditoriale di questa famiglia. In certe parti dunque ci si focalizza molto dunque su aspetti della vita privata dei singoli personaggi e in altre invece si prosegue con la saga imprenditoriale. In certe parti il ritmo è vertiginoso e gli eventi si susseguono lasciando lo spettatore basito e sgomento: fantastica e quasi thriller è la scena rappresentante la mattina di quel 24 ottobre del 1929, il Giovedi Nero per intenderci, dove gli spari di pistola dei brokers suicidi di prima mattina s’intrecciano con i cavalli da corsa all’ippodromo. Sì, decisamente bella. Allo stesso tempo però ci sono parti in cui la narrazione rallenta lasciando lo spettatore libero di rifiatare e di carburare quanto appena visto. Vi sono poi durante tutto lo spettacolo “assoli” da parte dei 5 attori principali, i tre fratelli fondatori e i loro discendenti. Pensate ad un piano concerto di Mozart o di Beethoven. Cosi come nel piano concerto la voce principale, il pianoforte, conduce la sinfonia e l’orchestra accompagna sostenendo il piano dandogli modo di rifiatare; allo stesso modo durante lo spettacolo si susseguono scene in cui a turno, uno dei 5 attori principali, tiene banco in scena dando libero sfogo alle proprie bravure recitative però in scena non è solo, vi sono anche altri personaggi. Grazie a queste parti, lo spettatore riesce ad apprezzare la bravura del cast. Non so se sono io che sono un sempliciotto o la scena che era particolarmente ben architettata, ma ho trovato questi momenti avvincenti, sicuramente le parti più meritevoli dell’opera.

Interessante infine la concezione di mercato dell’autore. Davanti a Wall Street tutte le mattine un equilibrista (l’imprenditore) va avanti e indietro per una corda (il mercato)lunga e sottile, l’equilibrista deve stare attento però a rimanere sempre in equilibrio e a saper capire quando la corda sta per finire per poter invertire la direzione. Quando quell’equilibrista il Giovedi Nero cade, viene rimpiazzato dal figlio, di cui non si sa nulla se non un piccolo accenno, non penso però che sia rimasto in equilibrio il 15 Settembre 2008. Altro vi sarebbe da dire, ma non voglio tediarvi ulteriormente. Vi dico solo che lo spettacolo verrà ripreso, a Maggio, dato il grande successo. Affrettatevi a comprare i biglietti. Il mercato non aspetta e soprattutto non fa sconti.

Foto scattata il 22 febbraio prima dell’inizio dello spettacolo Lehman Trilogy durante il discorso commemorativo per il regista Luca Ronconi.

Sebastiano Totta

– Un ringraziamento speciale alla cara amica Livia, senza la quale non avrei mai visto questo magnifico spettacolo.