Mese: febbraio 2015

Le mie tre rivoluzionarie scoperte inglesi sul film-making

Cosa non ci dicono sui film in Italia? Mi chiamo Adele, sono una studentessa milanese di cinema alla University of Arts a Londra, e in quest’articolo vi racconterò tutto ciò che ho imparato nel Regno Unito sul cinema.  Vista la mia formazione classica, arrivai a Londra per la prima volta con un approccio al cinema soprattutto teorico e filosofico: infatti il sistema scolastico italiano si focalizza soprattutto sui concetti, una gran parte di ricerca e solo in un secondo momento sull’aspetto pratico.
Come molti sanno, il sistema Britannico invece si concentra meno sullo studio della letteratura e della storia dell’arte, però include lo studio di questioni di attualità e un approccio più concreto alla disciplina. Questa prospettiva era per me particolarmente allettante ed inoltre mi ha permesso di combinare i due approcci in modo da formare un’ idea personale di cosa significhi fare cinema.

Pronti alle tre rivelazioni?

1. IL MONTATORE COME NARRATORE – EDITING DELLA DOMANDA E DELLA RISPOSTA
La più importante scoperta che ho imparato fin ora è questo approccio al montaggio della fiction. Esso si basa sull’idea che la successione di immagini, il loro ordine, i tagli, le transizioni, i titoli e tutto quello che rientra nella post produzione del film non fa solamente parte di un processo di rifinitura finale, ma è il vero significante e cuore pulsante della creazione. Ad esempio: quando devo tagliare dalla inquadratura 1 alla 2? Non bisogna affidarsi quasi per nulla alla continuità dell’azione mostrata nella scena! L’aspetto chiave di quest’approccio all’editing è di creare un ritmo concettuale che riesca a connettere la crew con il pubblico. Bisogna tagliare quando il pubblico è pronto. Sostanzialmente è necessario costruire l’intero progetto del film su questa struttura di domanda e risposta: mostrare una parte dell’azione e lasciare che il pubblico si chieda “ Perché il protagonista è triste?”, solo allora si deve tagliare sul controcampo. “Con chi sta parlando?”/”Dove ci troviamo?”/”Che cosa sta cercando?”.
Se prima per me il montaggio era solo il procedimento necessario che il film doveva attraversare per essere mostrato ad un pubblico, ora capisco il perché sia importante insistere sul fatto che l’editor è un narratore a tutti gli effetti.

2. LA COMPOSIZIONE GEOMETRICA DELL’IMMAGINE: FORME E VOLUMI
La seconda sorprendente scoperta che voglio approfondire è come inquadratura possa trasmettere molto più di quanto si pensi. Qualsiasi amante del cinema almeno una volta nella sua vita avrà cercato su Google “Le regole dell’inquadratura” ed io già le conoscevo prima di iniziare l’università. Tuttavia queste regole di per sé non sono assolutamente sufficienti per permetterti di diventare un buon direttore della fotografia. La magia si nasconde nel come queste regole devono essere applicate per sostenere la tua storia. Ci sono tre aspetti principali che mi hanno aiutata a sviluppare la mia concezione:
I. Il tipo di inquadratura deve servire la storia e non il contrario.
Questo può sembrare scontato, ma è un classico errore dei film-maker amatoriali. E’ importante abolire questa tendenza a girare un primo piano o per mostrare l’espressione del nostro personaggio o perché vogliamo ottenere una profondità di campo cortissima che va molto di moda. Quello che dovremmo chiederci quando scegliamo il taglio dell’inquadratura è “qual è l’azione principale rappresentata in questa sequenza, come progredisce la storia e qual è la prospettiva migliore per valorizzarla”. Questi sono i criteri per disegnare lo storyboard e per scegliere le inquadrature.
II. Ribaltare le immagini per bilanciare i volumi
Ogni immagine in un film, come anche in pittura, deve possedere un equilibrio di volumi. Dal momento che noi percepiamo gli attori come qualcosa di diverso rispetto ad oggetti o mobilio, il consiglio vincente per comporre l’immagine è di guardarla ribaltata e possibilmente anche fuori fuoco.
III. La forma degli oggetti trasmette emozioniimages
In università seguii un workshop che mi fece riconsiderare la scenografia da un diverso punto di vista: le varie forme stimolano il nostro cervello ed evocano emozioni diverse. Partendo dalla “sezione aurea” greca fino alle forme geometriche semplici come i triangoli, cerchi e quadrati; avere oggetti sul set influenzerà l’opinione pubblico! E non solo oggetti di scena, ma anche le posizioni degli attori: ad esempio, guardate questa composizione in una scena del film di Tarantino “Le Iene”, i corpi degli attori formano diversi angoli vivi in modo da comunicare una sensazione di pericolo e disagio.

3. L’ARTE DELLA GRADAZIONE DEL COLORE
Recentemente ho partecipato ad un corso sulla gradazione di colore con un colorista professionista. All’inizio mi aspettavo una spiegazione completa sui software e sui mezzi tecnologici coinvolti, invece mi sono trovata ad assistere ad una discussione molto più profonda ed interessante su cosa sia esattamente la gradazione di colore e quanto influenzi il proprio significato del film. Sostanzialmente c’è un’enorme differenza tra la correzione del colore e la gradazione del colore, la prima è solo un aggiustamento estetico delle tonalità dell’immagine per valorizzare meglio il file grezzo, mentre la gradazione è una vera e propria arte che permette di aiutare la storia e di trasmettere emozioni grazie all’uso di gamme e sfumature particolari. Pertanto i coloristi sono considerati come dei pittori digitali, artisti che possono realmente cambiare la bellezza e il significato del film, cambiando di colpo la sua qualità da amatoriale a professionale. La gradazione del colore è essenziale e chiunque voglia fare un salto di qualità rispetto ai cortometraggi amatoriali deve tenere in considerazione lo studio di quest’arte PRIMA di iniziare ad imparare i programmi.

Più scrivo più mi vengono in mente altri argomenti che vorrebbero essere scritti, ma la nostra lista delle tre migliori scoperte è completa e così vi saluto con la speranza che apprezziate questi suggerimenti e che abbiate imparato qualcosa di nuovo. E siccome nel film-making la collaborazione e la condivisione sono centrali, commenti e domande saranno molto apprezzate.

L’articolo è la traduzione di  My three groundbreaking british discoveries on film-making

di Adele Biraghi

My three ground-breaking british discoveries on film-making

What is it that they don’t say about film in Italy? I’m Adele, a milanese filmmaking student now attending University of Arts London and in this article I’ll try to give you my top tips I learned about film in the UK.
As a former Liceo Classico student, I arrived in London with a theoretical and philosophical approach to cinema; as the Italian school system always focuses on concept, much research and only later on the practical aspect. As you may know, the British school system is based on a much smaller study of literature and art history, but on the contrary gives more space to topical debates and a hands-on approach. This shift of perspective is what I was particularly interested in when I had to chose where to accomplish my higher education and now I’m learning to combine the two approaches in order to form my very personal idea of what doing film means.
Ready to find out these 3 revelations?

1. THE EDITOR AS A STORYTELLER – QUESTION/ANSWER EDITING
The first and most important finding to me has been this approach to editing fiction. It is based on the idea that the succession of images, their order, the cuts, transitions, titles and anything you will do in post production with your film is not just part of the process of finishing up but it’s its very meaning and beating heart. For example: when do you cut from shot 1 to shot 2? You shouldn’t rely on the continuity of the action shown in the frame almost at all! The key aspect of this approach to editing is setting a conceptual pace that connects the crew with the audience. You are supposed to cut when your audience is ready for it. You basically construct you whole film following a question-answer structure, by showing a bit of the action and letting your audience ask themselves: “Why is he sad?” only then you cut to the reverse shot. “Who is she talking to?” /“Where are we?” /”What is he looking for?”. So if before editing for me was just a necessary process I had to go through before my film was ready to be shown, now I see why they insist so much on the editor being a storyteller.

2. THE GEOMETRIC COMPOSITION OF THE FRAME: SHAPES AND VOLUMES
The second surprising discovery I want to explore is how framing can convey much more than we are used to think. Every film lover has googled “framing rules” at least once, and I was well aware of them before starting university. But those rules are absolutely not enough to make of you a good cinematographer. The real unspoken magic is how to use those rules to enhance your story. There are three aspects of it that helped me a lot develop my thinking.
First: The shot should serve the story not vice versa
This statement, trivial as it may appear, is what the majority of amateur filmmakers get wrong. We have to abolish this tendency to decide to shoot a close up because we want to show the expression of our character or because we absolutely want to have that super fashionable shallow depth of field. What we really need to ask ourselves in order to chose the right shot is “what is the most important action that is being portrayed in this scene, how is the story progressing and what is the best visual option to show it”. This is how you storyboard, this is how you decide shots.
Second: Overturn the image to balance volumes
Every image, in film as well as in painting, has to bear a balance in its volumes. Since we tend to see actors as something different from props and furniture, a winning tip to compose your image is to look at it upside down and possibly out of focus as well.
Third: Shapes of object convey emotionimages
Something that made me think of set design from a different point of view is a workshop we had on the fact that shapes appeal to the human mind and they actually evoke a different feeling, from confidence to anger. So starting from the Greek “golden section” to basic geometric shapes like triangles, circles and squares; having objects on set will affect your audience! It is not just objects that can be played with, but also actors’ positions! As an example, look at this composition from Tarantino’s “Reservoir Dogs”  where the actors bodies form several sharp corners to give an idea of danger and unease.

3. THE ART OF COLOUR GRADING
I recently attended a colour grading course with a professional colorist. I went there expecting a full explanation of softwares and technology involved but instead I found myself listening to a much deeper and more interesting discussion on what colour grading really is and how much it can affect the very meaning of film. So basically there’s a huge difference between “colour correction” and “colour grading” where the first is just an esthetic adjustment of the tones of the image to enhance the original raw file, whereas grading is a complete art of helping the story and conveying emotions using particular gammas and shades. Therefore, colorist are considered digital painters, artists who can actually change the beauty and meaning of the film from crap to Hollywood-like quality.
Color grading is essential and whoever wants to make a jump from amateur short films to a higher level should consider studying the art of colour grading BEFORE they start playing with the software.

The more I write the more topics pop into my mind asking to be written down but our top three discoveries list is complete so I’ll have to leave you here =)
I hope you enjoyed reading this and you learned something new. After all filmmaking is all about collaborating and sharing, so any comments or questions are appreciated.

Adele Biraghi

Oscar 2015, all’insegna della mediocrità

Si è conclusa alle 6 di stamattina la tanto attesa notte delle stelle, la cerimonia degli Oscar che ha visto come vincitore indiscusso il regista messicano Inarritu per Birdman.
È il secondo anno di fila in cui il premio per la miglior regia viene assegnato ad un regista messicano: l’anno scorso il premio andò a Gravity di Alfonso Cuaron, un caro amico di Inarritu.

Neil Harris, prima di spogliarsi, posa per lo spot dell'Acedemy accanto alla celebre statuetta

Neil Harris, prima di spogliarsi, posa per lo spot dell’Academy accanto alla celebre statuetta

Decisamente sottotono, quasi dimessa, la presentazione affidata quest’anno a Neil Patrick Harris.
Stavolta Barney Stinson, il personaggio di How I Met Your Mother interpretato da Harris, non convince: dopo un iniziale balletto fa poco o niente, se non parodiare Birdman apparendo in mutande davanti al pubblico del Kodak Theatre.
Unico spunto brillante della serata è stato Jack Black nei primi 3 minuti. Poi, 3 ore e mezza di mare piatto e bonaccia.
È complessivamente la serata della mediocrità, dalla quale si è salvato solo qualche opera come Grand Budapest Hotel, che però nella sua particolarità non poteva certo vincere un premio come l’Oscar al miglior film (anche se molti l’hanno sperato). Wes Anderson deve accontentarsi di premi tecnici, come quelli riservate alle categorie di contorno di trucco, costumi e scenografia. Ma d’altronde era prevedibile.

Oscar della mediocrità dunque, e infatti come attori non protagonisti vincono J.K. Simmons, per la sua interpretazione del violento professore di musica in Whiplash, e Patricia Arquette, per Boyhood, entrambi attori validi ma da sempre secondari e più realizzati sul piccolo schermo che al cinema (vi ricordate Oz?).
Eddy Readmayne per la sua interpretazione di Stephen Hawking e per Still Alice la sempre bellissima Julianne Moore (passano gli anni ma è sempre più radiosa), si sono invece aggiudicati come da pronostico i premi come migliori attori protagonisti. Anche qui nessuna sorpresa.
Passiamo invece a Birdman, che si è rivelato un grande film dal punto di vista tecnico e merita davvero i premi per la fotografia e per la regia. Al tempo stesso però mi è sembrata una pellicola totalmente irrisolta, a tratti banale nella trama e nei dialoghi, tanto che sono rimasto sorpreso nel vederla così nettamente trionfante in questa serata. Birdman critica Hollywood ma poi fa man bassa agli Oscar, che paradosso!
Forse non è un caso che il film vincitore parli proprio di mediocrità e banalità e dell’imprevedibile virtù dell’ignoranza.

Insomma, mi sembra che questa edizione confermi una convinzione che vado maturando da qualche tempo: l’Oscar, a parte forse quelli riservati gli attori, non ha ormai un valore che non sia meramente pubblicitario.
La serata è uno show con battute poco spontanee (peraltro scarse e poco divertenti, almeno quest’anno) e in più quest’anno ci siamo dovuti pure sorbire le lacrime tremende, finte è dir poco, per la canzone Glory che poi ha pure vinto l’Oscar come miglior brano originale, tratto da Selma. Un tributo obbligato al film sulle vicende di M. L. King e alla sua produttrice, la notissima e influente ex-conduttrice Oprah Winfrey. La quale sembra che si sia messa in testa di comparire in un film (brutto) all’anno, come testimonia il terribile The Butler del 2013.
Considerando anche l’esclusione di Interstellar a cui non hanno nemmeno conferito il premio per la migliore colonna sonora (che è senza dubbio una delle più belle mai composte), non è stato un grande anno.
Nonostante il gran numero di bravi attori, grandi performance premiate, e discorsi interessanti come quelli di Readmayne e della Arquette, il solo momento toccante della serata è stato il discorso del giovane Graham Moore, trentatreenne premiato con The Imitation Game per la miglior sceneggiatura non originale.
Uno scrittore è l’eroe della serata, commuove il pubblico con un discorso molto intimo sulla diversità e sul continuare ad essere sé stessi; un tempo erano gli attori ad emozionare gli spettatori degli Oscar, se non è più così mi pare che ci sia un problema.

La notte degli Oscar 2015 è la fotografia perfetta del cinema americano di questi anni, pronto a cantarsela e suonarsela da solo ma mai realmente pronto ad aprirsi ad un cinema come arte innovativa: l’ultimo film vincitore e fuori dagli schemi tradizionali/hollywoodiani che mi ricordi è The Hurt Locker che infatti fu una gran sorpresa per tutti.
Increscioso e anche imbarazzante qualsiasi mancato accenno alla scomparsa di un maestro come Francesco Rosi nella sezione “In Memoriam”, dedicata ai grandi del cinema scomparsi durante l’anno; un fatto davvero inaccettabile per un regista importante come Rosi, che conferma la predisposizione di Hollywood a guardare fisso il proprio ombelico.

Unica nota che ho trovato davvero positiva è l’Oscar a Ida del polcacco Pawlikowski, ennesima dimostrazione di superiorità artistica per quanto riguarda i film stranieri, che vengono sempre premiati frettolosamente e invece per la loro evidentequalità dovrebbero essere messi di fianco al miglior film, non a inizio serata dopo il miglior trucco.
Che dire, io sono ormai otto anni che resto sveglio la notte per guardarmi le notti degli Oscar e posso dire di averne viste di davvero belle. Eppure non ci penso due volte nel dire che la notte scorsa avrei sicuramente preferito andare a dormire.

Tommaso Frangini

Gli Oscar 2015 minuto per minuto

E adesso, a cerimonia finita, ne volete sapere una bella?
Prima di andare in letargo per una settimana, vi lascio questa perla: Leo di Caprio girerà il nuovo film di Inarritu. Che difficilmente vincerà anche l’anno prossimo, sono pronto a mettere questa mia previsione nero su bianco in una valigetta sotto plexiglass.
Che volete, è destino!
Buona notte a tutti

6.05 – Sean Penn annuncia (rrrrullo di tambbburrrri)… Birdman è il miglior film degli Oscar 2015! The unespected virtue of ignorance si aggiudica quattro statuette (oltre al miglior film, anche regia, sceneggiatura originale e fotografia) e ne sono felice!
6.00 – E’ il momento della valigetta. C’è poco da fare, Neil Harris aveva capito tutto! Previsioni azzeccate e divertenti.
5.55 – Stavolta non c’è nulla da dire: Julianne Moore vince il suo primo fantastico Oscar con Still Alice. Punto.
5.50 – Kate Blanchett annuncia il migliore attore protagonista agli Oscar 2015. Un bell’applauso per Eddie Redmayne, Steven Hawkings in La teoria del tutto. Una statuetta dedicata ai malati di SLA e al cast del film.
Però.. Cummerbatch e Keaton meritavano! Forse di più, qual è il vostro parere?
5.40 – Inarritu è ufficialmente un regista da Oscar. Birdman si aggiudica l’ambito premio!
“Il nostro lavoro, di artisti e cineasti, verrà giudicato solo dal tempo”, non da vittorie e sconfitte, non dagli Oscar. Però che soddisfazione, per un bel film, essere riconosciuto dall’Academy.
5.30 – La sceneggiatura di Birdman si aggiudica un Oscar. Inarritu ottiene la prima nomination su cinque candidature, meritatissima. Un lavoro di scrittura corale davvero notevole, con picchi di poesia e divertimento in monologhi dal sapore teatrale che ci sono piaciuti. Tanto.
Personalmente trovo meno azzeccata l’Oscar alla sceneggiatura non originale, per The imitation game. E’ una bella storia, certo; ma cosa ha aggiunto il film alla biografia di Turing? Anzi, ma manca poco che non la banalizzi.
Il discorso di ringraziamento però parla di giovani, sogni, voglia di fare ed essere onesti. Ben detto!
5.25 – Grand Budapest Hotel è un capolavoro, anche grazie a una colonna sonora azzeccatissima. E infatti le musiche di Desplat vincono l’Oscar. Dopo otto nomination, il musicista viene premiato per l’utilizzo originale del cimbalo che crea atmosfere davvero suggestive. e così abbiamo già quattro premi tecnici al film di Wes Anderson! 5.20 – Lady Gaga canta “The Sound Of Music” da “Tutti insieme Appasionatamente”. Era molto meglio Julie Andrews.
5.10 – Scarlett Johansson… Una perla al Kodak Theatre di LA.
5.00 – Si ricorda il “dr. King” alla cerimonia degli Oscar con Glory, miglior canzone originale. John Travolta premia gli Oscar, è decisamente il solito simpatico spaccone.
4.50 – Citizenfour, sulle vicende di wikileaks e Snowden, è il più bel documentario del 2015. Win Wenders, alla sua terza candidatura, non vince con Il sale della terra. Gran peccato, ora Wenders non diventerà mica il Leonardo di Caprio del docufilm vero?
4.40 – Il montaggio fa la differenza tra un bel film e un brutto film. Il miglior
montaggio dell’anno scorso? L’Academy Awards sentenzia: Whiplash, senza alcun dubbio. Ma si vedeva già dal trailer, non pensate?
4.30 – “Manca una sola persona e il mondo sembra improvvisamente un posto vuoto”.
Ai grandi nomi della commemorazione all’Academy, Robbie Williams, Marquez e Virna Lisi in primis, noi del Bloggo vorremmo aggiungere un altro grande artista di cui sentiamo già la mancanza. Un ultimo saluto al maestro Luca Ronconi!
4.20 – Anderson e Innartitu procedono a braccetto: la miglior scenografia è il terzo Oscar di Grand Budapest Hotel. Wes Anderson sta per sfondare oppure gli danno solo un contentino?
Birdman invece conquista il premio alla miglior fotografia per il lavoro di Lubezni, l’anno scorso vincitore con Gravity.
4.10 – Nella sezione miglior corto d’animazione, il cagnolino di Feast vale un Oscar, il secondo di quest’anno per la Disney che viene premiata anche per Big hero 6.
Anche il lungometraggio d’animazione premiato l’anno scorso, Frozen, era Disney: due anni di vittorie quindi.
4.00 – Gli effetti speciali di Interstellar sono fantastici, non avevamo bisogno che gli Oscar c’è lo confermasse. Premio meritatissimo, con cui il capolavoro scifi di Nolan guadagna la prima statuetta.
3.50 – È stata appena assegnata una statuetta molto ambita, quella per la miglior attrice non protagonista. A concorrere, star del calibro di Keira Knightley (The imitation game) e Emma Stone co suo bellissimo monologo in Birdman. Vince invece Patricia Arquette, al suo primo Oscar per il ruolo in Boyhood. Il suo discorso verte sulla parità dei generi per le attrici donne.
3.40 – Dopo una simpatica parodia di Neil Harris, in mutande à la Riggan Tomson (Michael Keaton) in Birdman, Whiplash guadagna il secondo Oscar per il mixaggio sonoro. Il primo un’oretta fa, è stato il bravo J.K. Simmons come miglior attore non protagonista.
Altro premio, da non confondere col precedente è quello per il montaggio sonoro, che va ad American sniper.
3.30 – I pochi minuti di fascino cinematografico del corto low budget The phone call è il primo #Oscar dei registi Kirby e Lucas. La prova che si può arrivare lontano anche senza soldi. O almeno, è bello crederci; it’s Oscar night!
Invece il documentario degli Oscar è Crisis hotline di Ellen Kent. Lo confessiamo: noi non l’abbiamo visto. Voi?
3.10 – Ida, film “in bianco e nero, silenzioso” del regista polacco Pawlikowski è il miglior film straniero degli Oscar 2015. Il premio che fu de La grande bellezza; in redazione non siamo tutti convinti, voi?
3.00 – Due Oscar a Grand Budapest Hotel, miglior costume e miglior trucco. Piuttosto prevedibile in fondo, Wes Anderson è un texano piuttosto perfezionista!
Intanto Milena Canonero conquista coi suoi abiti il quarto Oscar su nove candidature. Le maestranze italiane si confermano un’eccellenza, pare.
2.40 – Benedict Cumberbatch beve un liquido misterioso dalla fiaschetta mentre Neil Harris canta a squarciagola e balla con gran stile. Proclamato il miglior attore non protagonista, un bravo J. K. Simmons (lo odiavo in Oz. Adorabile).

Ci siamo, l’87ª edizione della cerimonia degli Oscar sta per iniziare!The 85th Academy Awards® will air live on Oscar® Sunday, February 24, 2013.
Il tappeto rosso è steso davanti all’ingresso del Dolby Theatre.
Los Angeles è in fermento – però c’è anche da dire che Los Angeles è sempre in perenne fermento.
In ogni caso, dalle tre fino all’annuncio dei vincitori previsto per le nove, i riflettori si punteranno sugli Oscar 2015. Il Bloggo può mancare?
Ovviamente no. Infatti abbiamo deciso di seguire l’intera cerimonia per raccontarvela minuto per minuto, red carpet compreso.

E così abbiamo portato una tv in redazione, sintonizzato su sky cinema e abbiamo dormito tutto il pomeriggio per prepararci alla nottata delle statuette.
Allora partiamo con qualche notizia che forse vi può interessare su questa ottantasettesima edizione del giorno più importante dell’anno cinematografico:
– se volete passare anche voi la serata a tifare per i vostri film preferiti dell’anno passato, ricordate che la cerimonia verrà trasmessa da ABC (in America) e in Italia da Sky e, per la prima volta in chiaro, da Cielo.
– la serata verrà presentata da Neil Patrick Harris, alias il simpatico Barney Stinson di How i met your mother, che ha appena sfilato sul red carpet accompagnato dal marito, l’attore David Burtka
qui potete vedere il primo spot degli Oscar 2015, diffuso dall’Academy a Natale; qui un altro, altrettanto divertente e sempre con protagonista il presentatore Neil Harris
– i film che hanno ricevuto più nominations, nove, sono stati Birdman e Grand Budapest Hotel, seguito da The Imitation Game (8), American sniper e Boyhood (6). Interstellar e La teoria del tutto sono invece a quota cinque.

E a proposito, vi ricordiamo le nomination, annunciate in conferenza stampa il 15 gennaio da J. J. Abrams e Alfonso Cuarón, (primo turno) e Chris Pine e Cheryl Boone Isaacs, presidente dell’Academy (secondo turno) e postate sul sito degli Academy Awards.

Per ora è tutto, seguiteci per gli aggiornamenti in tempo reale. Buoni Oscar 2015 a tutti!

Giulio Bellotto

Quel noioso giorno d’estate

Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: “Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene.” Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.

Così inizia L’odio, film scritto e diretto da Mathieu Kassovitz e interpretato da un giovane Vincent Cassel. Nel 1995 la pellicola vinse il premio alla regia al 48º Festival di Cannes, raccontando in modo crudo e brutalmente onesto un fatto di cronaca, l’uccisione di un ragazzo delle banlieue parigine da parte della polizia francese.

Quel noioso giorno d'estate

La locandina dello spettacolo, con la grafica minimale di Arianna Paravani

L’ennui. La haine. La rage.
Questi sono i sentimenti e le parole che riecheggiano nello spettacolo che la formazione romana / I Morsi / Rassegna Impermanente di Teatro ha presentato al Leoncavallo martedì scorsoQuel noioso giorno d’estate, con la regia e drammaturgia di Niccolò Matcovich, richiama in pieno l’atmosfera ed i temi portanti del film di Kassovitz.
Il linguaggio giovanile, colmo di arroganza e volgarità adolescenziale, ricalca il verlan del tipico gergo parigino anche se il teatro del centro sociale milanese offre una diversa ambientazione: gli attori Federico Antonello, Francesco Aricò e Alberto Manchino ci portano in Oklahoma a rivivere un fatto di cronaca agghiacciante quanto quello rappresentato sul grande schermo da Cassel: Usa, tre teenager uccidono “per noia” un ragazzo che stava facendo jogging.

Un’interessante scelta registica vede i tre intenti a riavvolgere un nastro vhs disponendo sul palco dei vestiti, nei quali entreranno per mostrarci l’omicidio con lungo e intenso flashback. Emergono così tutto l’odio e la rabbia di adolescenti che, per motivi differenti, si ritrovano a condividere giornate buttate nella noia e nei frustranti ed assordanti tentativi di sentirsi uomini, virili , forti abbastanza per superare la sofferenza e la negatività che portano dentro e che non riescono o non possono ammettere, vittime di una povertà culturale che li vuole uomini duri, senza ombra di debolezze.
Scacco matto alla virilità.
Tre adolescenti che giocano, si prendono in giro, esagerano cercando di superare continuamente un limite che sanno di non poter oltrepassare e sul quale si fermano di continuo, tenendo il pubblico sempre in attesa col fiato sospeso.
In attesa che il peggio accada. Finchè, la caduta.

E’ la storia di una società che precipita e che mentre sta precipitando si ripete per farsi coraggio: “Fino a qui tutto bene- fino a qui tutto bene- fino a qui tutto bene.”
I protagonisti di Quel noioso giorno d’estate rimangono sospesi anche dopo il loro atterraggio. Alla domanda “Perché lo avete fatto?” rispondono con strafottenza “Per divertirci “. Per noia. Per odio. Per rabbia.

Eliana Cianci

Il 18 Febbraio festeggiamo Fabrizio De Andrè

Il 18 Febbraio 1940 nasceva a Genova uno, se non il, più grande dei cantautori italiani, Fabrizio De Andrè. Morì nel gennaio del 1999, ma la sua musica tutt’ora rimane molto conosciuta e amata anche da chi non l’hai sentito dal vivo.

Ascoltare De Andrè è come leggere un libro di racconti, i suoi personaggi, che sono soprattutto gli emarginati della società, ballano nelle nostre orecchie e le loro storie di amori proibiti, di prigioni e di libertà ci commuovono.

Le sue canzoni, che spesso sono state considerate poesia, toccano diversi argomenti con la giusta profondità: l’amore e il sesso, ad esempio canzoni come Bocca di Rosa e Via del Campo (musicata con Enzo Jannacci); l’argomento religioso, affrontato nel disco La buona novella (1971) ispirato ai Vangeli apocrifi, di questo ricordiamo la famosa e bellissima canzone Il Testamento di Tito. La vita e la morte, fantasticamente rappresentate nell’album ispirato all’antologia di Spoon River, Non al denaro non all’amore né al cielo (1971).  Tratta da questo album è la canzone Un Blasfemo che ultimamente è stata spesso condivisa per mostrare solidarietà vero i recenti casi di abuso di potere da parte delle forze dell’ordine.

De Andrè e le sue canzoni hanno un potere aggregante e, anche se lui non è più in vita, la sua musica riesce ancora ad avere una forte influenza sugli eventi odierni. Un esempio è la canzone Creuza de mä, che insieme a Via del Campo, è stata scelta dalla Diae per un progetto di solidarietà verso la Liguria colpita dalle alluvioni ( a tal proposito da ascoltare anche la canzone Dolcenera). Il cantautore genovese è stato anche importante per aver dato un nuovo alone alla lingua ligure: il disco Creuza de mä ,  realizzato con Mauro Pagani, è interamente in lingua genovese ed è stato anche considerato dalla rivista Rolling Stones uno degli album più importanti degli anni Ottanta.

Per adesso è difficile trovare un degno erede di questo cantautore pilastro della musica italiana, per questo ancora si festeggia il suo compleanno a distanza di 75 anni.

In particolare stasera a Milano in Piazza Duomo si svolgerà la Cantata Anarchica per Faber, non perdetevela!

https://www.facebook.com/events/562243463789217/

Valentina Villa

Io. Camille

Spesso sui palchi teatrali vengono rappresentate le passioni più sincere e devastanti dell’animo umano; a San Valentino non si fa eccezione e infatti sulle scene milanesi prendono vita i tormenti di una grande amante.
Il 13 e 14 febbraio la ribalta dei Filodrammatici ha offerto al suo pubblico il vivido incontro con Camille Claudel, artista, amante di Rodin e paziente psichiatrica, un’esistenza inquieta raccontata più di una volta tanto al cinema quanto a teatro.

Io-Camille-7

Un momento dello spettacolo

“Io. Camille” è uno spettacolo la cui drammaturgia, scritta da Chiara Pasetti a partire dalle lettere della scultrice, ripercorre la vita tormentata di una donna. Le sue passioni, dall’arte all’amore, avvicinavano al dolore e allontanavano dalle soddisfazioni.
Una donna, un corpo di donna: l’attrice Silvia Lorenzo diviene scultura umana su un palco spoglio in cui, con abili giochi di luci ed ombre e movimenti al limite del borderline, ci mostra l’anima di Camille senza utilizzare altro che una sedia, un secchio pieno d’acqua ed un giornale.
Le efficaci scelte sonore, giocando a contrastare e a rafforzare le evoluzioni del personaggio, ci introducono nella psicosi paranoica di Camille, che ben presto sarà condannata alla reclusione forzata in manicomio dove resterà per 30 anni fino alla morte.
“Viene voglia di andare a conoscerla” ci dice il regista Angelo Donato Colombo, prima che anche gli ultimi sprazzi di umanità la abbandonino del tutto lasciando spazio alla sola follia, vera e propria protagonista dell’opera.

Eliana Cianci

Il libro si rinnova, ora è lui a giudicarci.

L’era digitale ha completamente cambiato il nostro modo di ascoltare musica, guardare film, comunicare con gli altri, viaggiare e anche e non ultimo il nostro modo di leggere i libri.

Tante piccole librerie hanno chiuso, e anche se le grandi case editoriali come Mondadori sembrano sopravvivere, il libro cartaceo è in pericolo d’estinzione. C’è chi ipotizza un futuro in cui le librerie saranno ancora pieni di libri rilegati perché il ruolo sociale del libro non passerà mai di moda- quanti di voi guardando i titoli dei libri in casa altrui?
Altri invece le immaginano piene di e-book sottili e tutti uguali. Il dibattito su quale delle due forme sia meglio è infinito. E se da una parte è innegabile la comodità degli e-book, grazie ai quali “I Fratelli Karamazov” di Dostoevskij ha lo stesso spessore dei racconti di Ronald Dahl; dall’altra la multisensorialità dei libri cartacei ci permette di avere un coinvolgimento maggiore in quello che stiamo leggendo, aumentando la nostra percezione. Non è ancora ben chiaro se la nostra memoria del contenuto testuale sia o meno influenzata, ma il libro cartaceo vive con noi, ingiallendosi, piegandosi, le pagine sottolineate rendendolo un po’ più nostro.

A questo proposito sono stati svolti diversi esperimenti, come quello del Technion Institute of Technology nel 2011, che ha evidenziato come non ci siano sostanziali differenze tra i due mezzi in una lettura di 7 minuti, ma se invece i soggetti avevano libertà di leggere libro o e-book per un tempo non determinato, allora coloro che leggevano la pagina stampata tendevano a ricordare di più il suo contenuto. L’argomentazione della memoria è però troppo debole per assegnare una vittoria all’inchiostro piuttosto che ai pixel.

Adoro i libri cartacei, le copertine sbiadite e l’odore delle pagine stampate, ma sono convinta anche della necessità di rinnovamento e di adeguazione ai nostri tempi. Le case editrici hanno capito che ormai la semplice vendita negozio-cliente non funziona più, così si sono ingegnate per riportare in voga il libro, soprattutto cercando di renderlo un oggetto social. Sul web impazzano iniziative originali come il “libro sospeso”: compri un libro e lo regali al prossimo cliente della libreria. Oppure come #ioleggoperchè. Inoltre vengono aperti profili Twitter e Facebook per rendere la lettura un momento dinamico e interattivo.

E se tutto questo vi sembrava già all’avanguardia per il mondo editoriale, non sapete ancora cosa è stato pensato e realizzato dall’artista Thijs Biersteker in collaborazione con lo studio design Moore: un libro la cui copertina ti giudica.
Un vero e proprio ribaltamento dell’idioma “non si giudica un libro dalla copertina”!
L’artista dice che il suo obiettivo era quello di promuovere la nostra facoltà di stupirci e emozionarci per la bellezza, abilità che si sta perdendo. Il libro deciderà di aprirsi solo quando potrà intuire nessun tipo di pregiudizio nel volto del lettore. Per fare questo è necessario allineare la faccia al disegno del libro, questa verrà scannerizzata e il Nxt software determinerà il tuo stato emotivo.

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Sono ancora indecisa sulla genialità si quest’idea, da una parte è affascinante che la ricerca sia in grado di umanizzare oggetti di uso comune, rendendo meno forte l’asimmetria nel rapporto uomo-oggetto. Credo, però, che potrei covare del risentimento nei confronti di un libro giudicante- mi basta mia madre.

La copertina che ti giudica non è però l’unica innovazione tecnologica in questo ambito. In particolare gli ingegneri del MIT hanno cercato di compensare la nostra immaginazione con il Sensory Fiction wearable book, un giubbottino che permette con dei particolari sensori di far vivere al lettore le stesse emozioni dei protagonisti del libro attraverso il cambiamento delle luci, della temperatura e della strettezza in vita del giubbino.

Valentina Villa

Il primo dei Classici Disney

1929. Esterno notte. Sei minuti d’inferno.
No, non si tratta del film di Roger Corman ispirato alla strage di S. Valentino; l’inferno a cui ci riferiamo non è quello molto terreno che si poteva trovare per le strade di Chicago durante il proibizionismo, con tanto crepitanti scariche di mitra e ruggenti volanti della polizia.
Noi ci riferiamo proprio all’Inferno, quello vero, animato e portato nelle case d’America da un capolavoro assoluto degli studios Disney.
The_Skeleton_Dance_(1929)Stiamo parlando di The skeleton dance, il primo episodio di Silly symphonies, una serie di cortometraggi che fecero la fortuna dello studio d’animazione fondato nel 1923 dal californiano Walt.

Questi, appena un anno prima, aveva prodotto e realizzato un altro corto destinato a rimanere nella storia del cinema: è Steamboat Willie, che coi suoi otto minuti di magia in pellicola incanta tutti, grandi e piccini. Il suo più grande punto di forza, oltre a presentare per la prima volta il simpatico personaggio che poi si evolverà nell’immortale Topolino che tutti conosciamo, è l’innovazione: Steamboat Willie, budget di 4.986 dollari, è il primo cartone animato col sonoro sincronizzato, una rivoluzione per l’epoca del cinema delle origini.
Ma per convincere i produttori di Hollywood a finanziare i lavori made in Disney serviva qualcosa in più. Questo “qualcosa” è, appunto, The skeleton dance; la Columbia Pictures ne vuole a tutti i costi l’esclusiva e in seguito distribuisce tutta la serie.
Una gran fortuna, dal momento che in questi corti faranno la loro prima comparsa quelli che secondo me sono i più simpatici personaggi dell’universo Disney, gli irrinunciabili: Paperino nel ’34 (The Wise Little Hen) e Pluto nel ’36 (Mother Pluto). Talvolta mi domando con angoscia come avrebbe fatto il mondo senza Donald Duck; che fine avremmo fatto, tutti noi?

Se questa domanda rimane fantastoria, è certo merito anche della Danza degli scheletri. Che però è un capolavoro anche per altre ragioni, non ultima la colonna sonora a metà tra il foxtrot e la musica sinfonica di compositori colti come Camille Saint-Saëns (Danza macabra) e Edvard Grieg (La marcia dei Troll). L’altissima qualità dell’animazione stupisce ancora oggi per precisione e grazia; in effetti non saprei se ritenere questo video un semplice cartone o piuttosto un pezzo da museo.
Una sorta di Trionfo della Morte del Novecento, memore della mattanza della prima guerra mondiale ma con la spensieratezza e l’allegria dei Roaring Twenties. Insomma, inquietante come quadro dell’ultimo Goya o di Füssli, ecco a voi gli Scheletri:

Fantastico!
Non per nulla questo corto ha conosciuto molto successo anche dopo la sua prima uscita, venendo spesso incluso come contenuto speciale in edizioni home video. Finché, qualche tempo fa, non è diventato virale su internet, dove secondo alcune stime spopola e furoreggia.
Ce n’è abbastanza per considerarlo il primo dei grandi Classici Disney, non vi pare?

Giulio Bellotto

L’editoriale di Kim Jong-un

Come abbiamo già sottolineato, l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo del 7 gennaio scorso ha scatenato su scala mondiale un’isteria che in genere viene riservata solo alle più gravi pandemie. Meno fiera e mascolina di quella americana al 9/11, la reazione dell’opinione pubblica francese (e di riflesso europea) alla tragedia occorsale è molto simile a quella di un malato cui abbiano diagnosticato un male terminale. Lamenti, paranoie cospirazioniste e alcuni occasionali ed ispirati momenti di stoico coraggio: che vengano pure avanti, i giannizzieri quaedisti le cui ombre ci piace immaginare nei nostri giardini, affronteremo le loro scimitarre armati di una bella matita temperata di fresco. Secondo questa logica, l’omeopatia potrebbe curare il cancro a un’ipocondriaco.
“La libertà è sotto attacco” sembra essere il nuovo irrazionale mantra che serpeggia dovunque. Dovunque ci si preoccupa dello stato di salute della libertà, tranne che nei palazzi del potere; dal panettiere, dal parrucchiere ma sopratutto dal giornalaio discorsi del genere sono ormai venuti a noia.
Al solito, solo il web sa regalarci ancora delle vere emozioni. Ad esempio questo editoriale attribuito al leader coreano Kim Jong-un da Le Gorafi.fr, un sito d’informazione satirica ispirato allo statunitense The Onion la cui particolarità è quella di pubblicare notizie assurde. Un’equivalente d’oltralpe al nostro Lercio.it, insomma.
E stavolta il risultato è davvero spassoso.

Per comodità dei nostri affezionati lettori, traduciamo questo divertente articolo in italiano:

Un ritratto di Kim Jong-un all’epoca di The interview. La raffinatezza della vignetta ci conferma che è opera di Charlie Hebdo

Sono venuto a conoscenza delle cose terribili che stanno succedendo nel vostro Paese, la Francia.
Ho saputo che si mettono dei ragazzi in prigione, che li si interroga, che li si maltratta e tutto questo per niente più che delle parole. Quel che mi sconvolge è che la Francia si è sempre presentata come il Paese della libertà e dell’uguaglianza. Ci tengo a far sapere la mia inquietudine riguardo al declino della libertà nel vostro Paese. Infatti un tale declino in atto costituisce un grave precedente e obbligherà il resto del mondo a rivedere il concetto di libertà di espressione, a cominciare dal mio Paese.
Voi certo non ignorate che il nostro Paese, la Repubblica popolare democratica di Corea, è molto legata ai valori della libertà di espressione e di coscienza e che tutte le violazioni di queste ultime sono per noi gravissime e drammatiche. Ma io e il mio Paese abbiamo scelto la via onorabile della non ingerenza negli affari di una Nazione estera. Ci contenteremo di farvi presente, amichevolmente, che questo stato di cose non è bene.
Infatti da sempre, ad un certo momento della sua storia, ogni popolo si è rivolto alla Francia, ai suoi ideali e a ciò che essi rappresentano per trovare una definizione di quel che la libertà di stampa veramente significa. E oggi tutto a un tratto voi cambiate questa stessa definizione, senza preavviso. Capirete che è difficile per noi stabilire la nostra definizione della libertà d’espressione se voi stravolgete totalmente e arbitrariamente la vostra.
Ci tengo anzi a testimoniare alle persone che nelle ultime settimane hanno subito questi maltrattamenti la nostra piena amicizia e il nostro affetto più profondo. Il nostro consolato è pronto a prendere le vostre lamentele, rimostranze che verranno trasmesse alle Nazioni Unite.

Kim Jong-un
Guida Suprema della Repubblica popolare democratica di Corea

Non sarebbe assurdo se qualcuno avesse scritto seriamente una cosa del genere?

Oggi molti ritengono di essere sotto attacco e che la loro libertà dipenda da un fattore esterno piuttosto che da loro stessi e dall’atteggiamento che assumono verso la società. Secondo me è questa la cosa più assurda di tutte.

Giulio Bellotto