Day: 28 dicembre 2014

Il 2014 al cinema

Eccoci alla fine dell’anno, che ci vede come sempre impegnatissimi prima a comprare poi a scartare infine a sistemare regali e biglietti di auguri. Tuttavia speriamo – per voi – che abbiate anche qualche minuto libero tra i lauti pranzi, e le discussioni coi parenti tra un brindisi e l’altro che, se ci pensate bene, rendono la nostra esistenza natalizia piuttosto simile a quella di una gallina all’ingrasso. Buffa immagine no?

Ma a parte questo – su cui probabilmente dovrò lavorare in terapia, spero che il mio analista non legga il Bloggo… – veniamo a noi!
Perché invece spero che voi ci leggiate e così, ispirato dalla moltitudini di liste I migliori film dell’anno appena trascorso (quel genere di cose che genera sempre un gran dibattito tra gli amici, vuoi per le scelte effettuate vuoi perché “questo è uscito nel 2013, ne sono sicuro!“), ho riunito tutti in redazione e ho raccolto qualche parere.
Ecco 5 film che dovete vedere finché siamo ancora nel 2014!

Interstellar, di Christopher Nolan: è l’ignoto ciò che avvolgeva questo film prima della sua uscita, lo stesso che avvolge nel film la navetta spaziale.
Nonostante la critica si sia spaccata e per molto tempo abbia sentito cattive recensioni a riguardo, penso che questo sia uno dei film più belli degli ultimi dieci anni.
Il paragone era alto, ci si andava a scontare con un gigante quale 2001 odissea nello spazio di Kubrick, e Nolan ha tenuto il colpo, c’è tutto; in molte parti ci si sente toccati nel profondo della propria anima da un film che ci racconta come l’uomo possa essere autore del proprio destino. Immenso.

Grand Budapest Hotel, di Wes Anderson: i colori pastello e le atmosfere rosate tipiche del regista illuminano una storia che ha il sapore del lungo XIX secolo e di quel periodo restituisce il respiro ed il sentimento pur senza soffermarsi su alcuna vicenda storica. Ralph Fiennes interpreta con misura e buon gusto il concierge M. Gustave tratteggiando con originalità i connotati molto moderni di un dandy metrosexual dell’età asburgica, personaggio riconoscibile e simpatico ma anche molto incisivo. Ingiustamente accusato, imprigionato, evaso, rappresenta l’uomo che perde il controllo del suo destino e fortunosamente riesce a riappropriarsene e per questo diventa modello delle generazioni seguenti, tanto da divenire l’inconsapevole protagonista di un romanzo di successo.
Una bella storia hipster della buonanotte che racchiude interessanti riflessioni su cui vale la pena di soffermarsi, ogni tanto.

Locke, di Steven Knight: esistono degli snodi fondamentali in ogni esistenza, momenti particolari senza i quali tutto sarebbe andato in modo diverso. Locke è proprio questo: un uomo, in macchina, solo con se stesso eppure attorniato dai suoi sbagli e dai suoi successi. Il regista ha confessato che girare questo film è stato un piacere; per noi lo è stato guardarlo. Girato in real time, Locke è una novità: lo sguardo penetrante di Tom Hardy domina lo schermo mentre la macchina da presa non stacca mai, ottenendo con poco sforzo e nessun trucco l’effetto di un ritmo narrativo coinvolgente e magnetico.

Come to my voice, di Hüseyin Karabey: presentato al Milano film Festival, ha vinto il premio del pubblico.
Ci viene raccontata la storia di una ragazzina che, per salvare il padre arrestato ingiustamente dall’esercito turco, intraprende un viaggio assieme alla nonna in cerca di una pistola, unico modo per scagionare il padre.
La realtà cruda della situazione curda ci viene raccontata con sapienza in una cornice fiabesca, un viaggio di formazione attraverso le montagne, attraverso le ingiustizie del mondo. Da vedere!

Guardiani della galassia di James Gunn: eccolo, il film farlocco della classifica. La pellicola, ispirata ad una sezione tutto sommato poco nota dello sterminato universo Marvel, si iscrive dunque al filone ben rodato e sinceramente anche un po’ muffito del film eroico delle origini (tutta colpa dei troppi X-men, insomma) ma lo declina in modo decisamente intelligente. Le solite emozioni forti si sposano però ad un umorismo graffiante quanto gli artigli di un procione e ad uno stile eclettico tra cult e pop che un mucchio di effetti speciali decisamente esagerati in parte oscura – cosa comunque di gran lunga migliore che se ne fossero l’unica ossatura. Molti critici hanno parlato di un film “col cuore”, qualche fumettista l’ha definito “il miglior film di supereroi” ma noi preferiamo non sbilanciarci troppo, assicurandovi però che è la miglior pellicola che la Marvel potesse produrre.

Li riconoscete tutti?

Ma, non contento di questa lista e prendendoci anche un po’ di gusto – finalmente ho capito perché l’Oltreuomo fa solo quelle: è molto più comodo! – ho deciso di proporvi anche i 5 più brutti film dell’anno passato.
Beh, forse c’entra anche il fatto che tendo al sadismo.. Accidenti, spero proprio che il mio terapeuta non legga questo articolo!
Comunque, ecco a voi cinque film che vi faranno venir voglia che il 2014 finisca il più in fretta possibile:

Maps to the stars, di David Cronemberg: il body horror lo conosciamo tutti, vero? L’inquietante e sottile stile di Cronemberg affascina perché si basa sul raffinato ma elementare contrappunto tra mente e corpo: la corruzione del pensiero va di pari passo con l’infezione della carne, in modo che i due elementi si accompagnino e diano forza l’uno all’altro. L’horror cronembergiano senza l’elemento psicologico sarebbe solo un b-movie. Con Maps to the stars scopriamo l’altro lato della medaglia: che effetto fa una follia noir del genere nel bel mezzo di una verosimile Hollywood? Nonostante la buona interpretazione di Julianne Moore – se fossimo più maliziosi, potremmo dire “per colpa di Mia Wasikowska e Robert Pattinson”, anche se personaggi come i loro sono veramente ostici da rendere credibili – il film presenta una drammaticità finta, costruita ed infine un po’ ridicola, che inquieta forse un momento. Ma ben prima dei titoli di coda, il Babau è già smascherato.

Non buttiamoci giù, di Pascal Chaumeil: probabilmente Nick Hornby meritava di più. Banale trasposizione di un romanzo del quale non riesce assolutamente né a cogliere il guizzo creativo né a rendere la prontezza di spirito. Tutto ciò che rimane è il pretesto dell’incontro tra suicidi (due parole: già visto), una buona base ma troppo esile per rendere interessante un lungometraggio. Tuttavia il problema non sta tanto nell’annacquamento dei ritmi del romanzo, più che altro nello sdilinquirsi generale tra buoni sentimenti e noia.

Pasolini, di Abel Ferrara: un percorso a ritroso attraverso l’ultima giornata di vita di Pierpaolo Pasolini che culmina nella cruda rappresentazione dell’omicidio; assolutamente inaccettabile.
Concentrarsi sugli scandali biografici dell’uomo invece che sull’opera dell’artista o sul pensiero dell’intellettuale dimostra che Pasolini è ben lontano dall’essere capito, da Ferrara come da molti altri. Il tono del film, che tace il Bello per puntare il dito sull’Osceno, rivela la sua natura di pura operazione commerciale in previsione del 40ennale della morte del poeta.
Ah, tecnicamente è un gran bel film e Dafoe è bravo come al solito; ma stiamo parlando del nulla più totale e la voce profonda del doppiaggio di Gifuni purtroppo non riesce a mascherarlo.

Lo hobbit – la battaglia delle cinque armate, di Peter Jackson: Peter Jackson chiude male la trilogia, chiude male la saga. Per gli amanti del romanzo già col secondo capitolo il regista neozelandese aveva esagerato, storpiando totalmente la storia; qui, nell’ultimo capitolo, non c’è storia: morto frettolosamente Smaug, si assiste a due ore di battaglia e poco altro, Peter Jackson si dimentica del pathos (fattore portante del Signore degli anelli) e predilige i combattimenti; il risultato è pessimo, una vera delusione.

20.000 days on earth, di Iain Forsyth e Jane Pollard: ma perché diavolo Nick Cave deve fare un film su se’ stesso, affidandosi a due improbabili visual artist che nel ’98 lavorarono con Bowie? Siamo di fronte all’equivalente cinematografico del monumento funebre a Trimalcione, cioè costruito in vita, esteticamente soddisfacente sulla carta e pacchiano nella realizzazione. La giornata del musicista diventa una gita alla fiera delle inutili banalità e sembra davvero non finire mai, grazie ad un’irritante serie di finti finali e citazioni for dummies. L’abissale distanza tra i testi misteriosi ed esoterici del frontman dei Bad Seeds e la compiaciuta aura di autocelebrazione che pervade il film riesce  a rovinare persino le belle riprese della registrazione di Push the sky away, di cui viene raccontata la genesi. Più che un nuovo Quadrophenia (una cui edizione restaurata è uscita da poco), il film sembra la patetica storia di un Llewyn Davis più vecchio e meno divertente.. Ma insomma, stiamo parlando di Nick Cave!

A questo punto, l’unica incognita di quest’anno resta il famigerato The interview. Ci dicono non sia troppo molesto, quindi se non avete programmi per capodanno, potete sempre provare a capire che cosa ci sia in James Franco che fa sempre incazzare tutti quanti. Bel mistero.
Buone Feste e buon 2015!

Giulio Bellotto, Tommaso Frangini, Valentina Villa