Gli Antenati e la distanza delle fiabe secondo Tonio Cavilla

Qualche sera fa ho assistito ad una lettura scenica da Il barone rampante, romanzo di Calvino scritto nel 1957, secondo episodio del ciclo I nostri antenati di cui fanno parte anche Il visconte dimezzato (1952) e Il cavaliere inesistente (1959). La selezione di brani letti da Chiara Bazzoli, voce recitante e attrice della compagnia brianzola Ossigeno Teatro, anche se piuttosto frammentaria rispetto all’integrità dell’opera, è riuscita a rendere le suggestioni e la freschezza della scrittura calviniana, grazie anche alle accurate scelte musicali del M.o Andrea Grassi, d’accompagnamento al clarinetto.

Nell’osservare i disegni proiettati sugli schermi di Oxy.gen, lo spazio multifunzionale di Bresso in cui si è svolta la performance, mi sono improvvisamente trovato a rivivere l’emozione della prima lettura nella bella edizione illustrata Mondadori “Contemporanea”. Per il bambino che ero, ma credo per ogni bambino in ogni epoca, una storia di avventura è tutto ciò che si possa desiderare: l’immaginaria biografia di Cosimo Piovasco di Rondò, scritta nella finzione letteraria dal fratello Biagio, parla di libertà, coraggio e coerenza con le proprie scelte arboree. Una favola edificante, dunque, ma anche molto di più; come tutto Calvino, che nel racconto fantastico trova la sua più compiuta e risolta realizzazione – priva di quella vena inquieta e drammatica che si trova nella sua produzione accademica, politica e cantautorale – anche il Barone si stratifica su più livelli di senso. Alla pura denotazione, che ne fa una fiaba d’autore delle più riuscite, si affianca un valore allegorico dalla forte valenza sociale e morale, un inno di libertà e anticonformismo.

In fondo la trilogia di cui il Barone fa parte copre un decennio di vita, di pensiero e di produzione romanzesca di Calvino e di conseguenza affronta argomenti dal peso, spessore e densità non indifferenti. Sono tutti temi iconici, che nascono cioè da un immagine che il romanzo in quanto narrazione anima e movimenta. Lo stesso autore lo puntualizza, nella nota all’edizione inglese del 1980 (tradotta da Archibald Colquhoun):
“Il racconto nasce dall’immagine, non da una tesi che io voglia dimostrare; l’immagine si sviluppa in una storia secondo una sua logica interna; la storia prende dei significati, o meglio: intorno all’immagine s’estende una serie di significati che restano sempre un po’ fluttuanti, senza imporsi in un’interpretazione unica e obbligatoria. Si tratta più che altro di temi morali che l’immagine centrale suggerisce e che trovano un’esemplificazione anche nelle storie secondarie: nel Visconte storie d’incompletezza, di parzialità, di mancata realizzazione d’una pienezza umana; nel Barone storie d’isolamento, di distanza, di difficoltà di rapporto col prossimo; nel Cavaliere storie di formalismi vuoti e di concretezza del vivere, di presa di coscienza d’essere al mondo e autocostruzione d’un destino, oppure d’indifferenziazione dal tutto.”
Siamo dunque di fronte ad una costruzione dialettica, un percorso che si dipana tra se’, altro e totalità  e che toccando questi punti intende delineare un ritratto dell’uomo moderno. Negli anni ’50 Calvino sceglie di distaccarsi dalla poetica neorealistica portando avanti il suo progetto in silenzio per un decennio; solo nel 1960 pubblicherà presso Einaudi un’edizione comprensiva dei tre romanzi, dichiarando apertamente la natura sincretica ed unitaria degli Antenati.

Tre romanzi dunque, di cui il Barone costituisce il punto mediano ed una svolta decisa e decisiva nella produzione calviniana. E’ interessante notare che salendo sull’albero d’elce Cosimo rinuncia ai diritti della sua nobiltà e inizia a vivere come una scimmia, quindi paradossalmente scende sia nella gerarchia sociale sia nella scala evolutiva. Tuttavia il baroncino trova una nuova legittimazione grazie a tre elementi: l’affermazione del suo dominio sui boschi di tutto il mondo; la dignità del suo indispensabile lavoro di potatore, protettore della popolazione e vedetta contro i pirati barbareschi; infine la sua attività intellettuale e la corrispondenza con i più famosi filosofi, che ne fa uomo capace di superare l’Ancien Regime da cui proviene per aderire al nascente Illuminismo. Cosimo non si sottrae ai doveri del suo tempo ma partecipa agli eventi mantenendo quella distanza critica che lo stare sugli alberi gli permette di avere; Umberto Eco riassume ciò affermando che “perde forse i vantaggi dello stare con i piedi per terra ma acquista in ampiezza di prospettiva”.
Queste caratteristiche lo rendono dunque un self-made man cosmopolita perché apolide, un buon selvaggio razionale del tutto aderente alla figura dell’artista (d’altronde l’ispirazione per il personaggio viene dallo scultore Salvatore Scarpitta), o dell’intellettuale delineato da Norberto Bobbio, da Vittorini e infine da Pasolini, uomini di cultura che rivendicano la loro distanza critica nei confronti delle masse di cui intendono essere guida.

La distanza, per quanto contraria alle necessità di una narrazione e alla stessa natura umana, diventa uno stimolo per l’intelletto di Cosimo e, nella realtà al di fuori dalla dimensione del romanzo, stimolo per il lettore. Nella concezione che Calvino ha della letteratura è fondamentale che il destinatario dell’opera assuma un ruolo creatore oltre che creativo, riannodando i fili del romanzo – d’altra parte questa impostazione quasi pre-cognitivista costituisce il nucleo dei romanzi più sperimentali come Se una notte d’inverno un viaggiatore.
Ma la distanza è fondamentale anche per lo scrittore, tanto che nel 1965 Calvino stesso curò un’edizione ridotta del Barone destinata alle scuole medie e vi accluse una prefazione firmata dal meticoloso docente e pedagogista Tonio Cavilla. Che altri non era che uno pseudonimo molto ironico per poter scrivere del suo libro senza cadere nell’agiografia autobiografica evocata con terrore in queste lettere:
«Dati biografici: io sono ancora di quelli che credono, con Croce, che di un autore contano solo le opere. (Quando contano,
naturalmente.) Perciò dati biografici non ne do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all’altra. Mi chieda pure quel che vuol sapere, e Glielo dirò. Ma non Le dirò mai la verità, di questo può star sicura” [lettera a Germana Pescio Bottino, 9 giugno 1964].
«Ogni volta che rivedo la mia vita fissata e oggettivata sono preso dall’angoscia, soprattutto quando si tratta di notizie che ho fornito io […], ridicendo le stesse cose con altre parole, spero sempre d’aggirare il mio rapporto nevrotico con l’autobiografia [lettera a Claudio Milanini, 27 luglio 1985]

Lasciamo dunque la parola al signor Cavilla, che con queste premesse ci fornisce un parere come un altro su un romanzo ancora da scoprire, individualmente e in modo critico.

Giulio Bellotto

Calvino 1 Calvino 2 Calvino 3 Calvino 4
La prefazione di Tonio Cavilla alias Italo Calvino.
– Clicca sull’immagine per ingrandirla-

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