Month: dicembre 2014

Il 2014 al cinema

Eccoci alla fine dell’anno, che ci vede come sempre impegnatissimi prima a comprare poi a scartare infine a sistemare regali e biglietti di auguri. Tuttavia speriamo – per voi – che abbiate anche qualche minuto libero tra i lauti pranzi, e le discussioni coi parenti tra un brindisi e l’altro che, se ci pensate bene, rendono la nostra esistenza natalizia piuttosto simile a quella di una gallina all’ingrasso. Buffa immagine no?

Ma a parte questo – su cui probabilmente dovrò lavorare in terapia, spero che il mio analista non legga il Bloggo… – veniamo a noi!
Perché invece spero che voi ci leggiate e così, ispirato dalla moltitudini di liste I migliori film dell’anno appena trascorso (quel genere di cose che genera sempre un gran dibattito tra gli amici, vuoi per le scelte effettuate vuoi perché “questo è uscito nel 2013, ne sono sicuro!“), ho riunito tutti in redazione e ho raccolto qualche parere.
Ecco 5 film che dovete vedere finché siamo ancora nel 2014!

Interstellar, di Christopher Nolan: è l’ignoto ciò che avvolgeva questo film prima della sua uscita, lo stesso che avvolge nel film la navetta spaziale.
Nonostante la critica si sia spaccata e per molto tempo abbia sentito cattive recensioni a riguardo, penso che questo sia uno dei film più belli degli ultimi dieci anni.
Il paragone era alto, ci si andava a scontare con un gigante quale 2001 odissea nello spazio di Kubrick, e Nolan ha tenuto il colpo, c’è tutto; in molte parti ci si sente toccati nel profondo della propria anima da un film che ci racconta come l’uomo possa essere autore del proprio destino. Immenso.

Grand Budapest Hotel, di Wes Anderson: i colori pastello e le atmosfere rosate tipiche del regista illuminano una storia che ha il sapore del lungo XIX secolo e di quel periodo restituisce il respiro ed il sentimento pur senza soffermarsi su alcuna vicenda storica. Ralph Fiennes interpreta con misura e buon gusto il concierge M. Gustave tratteggiando con originalità i connotati molto moderni di un dandy metrosexual dell’età asburgica, personaggio riconoscibile e simpatico ma anche molto incisivo. Ingiustamente accusato, imprigionato, evaso, rappresenta l’uomo che perde il controllo del suo destino e fortunosamente riesce a riappropriarsene e per questo diventa modello delle generazioni seguenti, tanto da divenire l’inconsapevole protagonista di un romanzo di successo.
Una bella storia hipster della buonanotte che racchiude interessanti riflessioni su cui vale la pena di soffermarsi, ogni tanto.

Locke, di Steven Knight: esistono degli snodi fondamentali in ogni esistenza, momenti particolari senza i quali tutto sarebbe andato in modo diverso. Locke è proprio questo: un uomo, in macchina, solo con se stesso eppure attorniato dai suoi sbagli e dai suoi successi. Il regista ha confessato che girare questo film è stato un piacere; per noi lo è stato guardarlo. Girato in real time, Locke è una novità: lo sguardo penetrante di Tom Hardy domina lo schermo mentre la macchina da presa non stacca mai, ottenendo con poco sforzo e nessun trucco l’effetto di un ritmo narrativo coinvolgente e magnetico.

Come to my voice, di Hüseyin Karabey: presentato al Milano film Festival, ha vinto il premio del pubblico.
Ci viene raccontata la storia di una ragazzina che, per salvare il padre arrestato ingiustamente dall’esercito turco, intraprende un viaggio assieme alla nonna in cerca di una pistola, unico modo per scagionare il padre.
La realtà cruda della situazione curda ci viene raccontata con sapienza in una cornice fiabesca, un viaggio di formazione attraverso le montagne, attraverso le ingiustizie del mondo. Da vedere!

Guardiani della galassia di James Gunn: eccolo, il film farlocco della classifica. La pellicola, ispirata ad una sezione tutto sommato poco nota dello sterminato universo Marvel, si iscrive dunque al filone ben rodato e sinceramente anche un po’ muffito del film eroico delle origini (tutta colpa dei troppi X-men, insomma) ma lo declina in modo decisamente intelligente. Le solite emozioni forti si sposano però ad un umorismo graffiante quanto gli artigli di un procione e ad uno stile eclettico tra cult e pop che un mucchio di effetti speciali decisamente esagerati in parte oscura – cosa comunque di gran lunga migliore che se ne fossero l’unica ossatura. Molti critici hanno parlato di un film “col cuore”, qualche fumettista l’ha definito “il miglior film di supereroi” ma noi preferiamo non sbilanciarci troppo, assicurandovi però che è la miglior pellicola che la Marvel potesse produrre.

Li riconoscete tutti?

Ma, non contento di questa lista e prendendoci anche un po’ di gusto – finalmente ho capito perché l’Oltreuomo fa solo quelle: è molto più comodo! – ho deciso di proporvi anche i 5 più brutti film dell’anno passato.
Beh, forse c’entra anche il fatto che tendo al sadismo.. Accidenti, spero proprio che il mio terapeuta non legga questo articolo!
Comunque, ecco a voi cinque film che vi faranno venir voglia che il 2014 finisca il più in fretta possibile:

Maps to the stars, di David Cronemberg: il body horror lo conosciamo tutti, vero? L’inquietante e sottile stile di Cronemberg affascina perché si basa sul raffinato ma elementare contrappunto tra mente e corpo: la corruzione del pensiero va di pari passo con l’infezione della carne, in modo che i due elementi si accompagnino e diano forza l’uno all’altro. L’horror cronembergiano senza l’elemento psicologico sarebbe solo un b-movie. Con Maps to the stars scopriamo l’altro lato della medaglia: che effetto fa una follia noir del genere nel bel mezzo di una verosimile Hollywood? Nonostante la buona interpretazione di Julianne Moore – se fossimo più maliziosi, potremmo dire “per colpa di Mia Wasikowska e Robert Pattinson”, anche se personaggi come i loro sono veramente ostici da rendere credibili – il film presenta una drammaticità finta, costruita ed infine un po’ ridicola, che inquieta forse un momento. Ma ben prima dei titoli di coda, il Babau è già smascherato.

Non buttiamoci giù, di Pascal Chaumeil: probabilmente Nick Hornby meritava di più. Banale trasposizione di un romanzo del quale non riesce assolutamente né a cogliere il guizzo creativo né a rendere la prontezza di spirito. Tutto ciò che rimane è il pretesto dell’incontro tra suicidi (due parole: già visto), una buona base ma troppo esile per rendere interessante un lungometraggio. Tuttavia il problema non sta tanto nell’annacquamento dei ritmi del romanzo, più che altro nello sdilinquirsi generale tra buoni sentimenti e noia.

Pasolini, di Abel Ferrara: un percorso a ritroso attraverso l’ultima giornata di vita di Pierpaolo Pasolini che culmina nella cruda rappresentazione dell’omicidio; assolutamente inaccettabile.
Concentrarsi sugli scandali biografici dell’uomo invece che sull’opera dell’artista o sul pensiero dell’intellettuale dimostra che Pasolini è ben lontano dall’essere capito, da Ferrara come da molti altri. Il tono del film, che tace il Bello per puntare il dito sull’Osceno, rivela la sua natura di pura operazione commerciale in previsione del 40ennale della morte del poeta.
Ah, tecnicamente è un gran bel film e Dafoe è bravo come al solito; ma stiamo parlando del nulla più totale e la voce profonda del doppiaggio di Gifuni purtroppo non riesce a mascherarlo.

Lo hobbit – la battaglia delle cinque armate, di Peter Jackson: Peter Jackson chiude male la trilogia, chiude male la saga. Per gli amanti del romanzo già col secondo capitolo il regista neozelandese aveva esagerato, storpiando totalmente la storia; qui, nell’ultimo capitolo, non c’è storia: morto frettolosamente Smaug, si assiste a due ore di battaglia e poco altro, Peter Jackson si dimentica del pathos (fattore portante del Signore degli anelli) e predilige i combattimenti; il risultato è pessimo, una vera delusione.

20.000 days on earth, di Iain Forsyth e Jane Pollard: ma perché diavolo Nick Cave deve fare un film su se’ stesso, affidandosi a due improbabili visual artist che nel ’98 lavorarono con Bowie? Siamo di fronte all’equivalente cinematografico del monumento funebre a Trimalcione, cioè costruito in vita, esteticamente soddisfacente sulla carta e pacchiano nella realizzazione. La giornata del musicista diventa una gita alla fiera delle inutili banalità e sembra davvero non finire mai, grazie ad un’irritante serie di finti finali e citazioni for dummies. L’abissale distanza tra i testi misteriosi ed esoterici del frontman dei Bad Seeds e la compiaciuta aura di autocelebrazione che pervade il film riesce  a rovinare persino le belle riprese della registrazione di Push the sky away, di cui viene raccontata la genesi. Più che un nuovo Quadrophenia (una cui edizione restaurata è uscita da poco), il film sembra la patetica storia di un Llewyn Davis più vecchio e meno divertente.. Ma insomma, stiamo parlando di Nick Cave!

A questo punto, l’unica incognita di quest’anno resta il famigerato The interview. Ci dicono non sia troppo molesto, quindi se non avete programmi per capodanno, potete sempre provare a capire che cosa ci sia in James Franco che fa sempre incazzare tutti quanti. Bel mistero.
Buone Feste e buon 2015!

Giulio Bellotto, Tommaso Frangini, Valentina Villa

Sì, Virginia, Babbo Natale esiste

E nell’augurarvi di passare dei gioiosi giorni di festa, vi proponiamo questo articolo di folklore natalizio apparso sul New York Sun del 21 settembre 1897.

Philip O’Hanlon, medico chirurgo, aveva suggerito alla figlia Virginia, otto anni, di scrivere una lettera al giornale per chiedere maggiori rassicurazioni sull’esistenza di Babbo Natale. La piccola impugnò penna e calamaio e scrisse:

Lettera di Virginia
[Traduzione: Caro direttore, io ho otto anni. Alcuni dei miei piccoli amici dicono che Babbo Natale non esiste. Papà dice “se lo vedi scritto sul Sun allora esiste”. Per favore mi dica la verità, esiste Babbo Natale? Virginia O’Hanlon]

Vi lasciamo alla risposta dell’editorialista Francis Pharcellus Church:

“Virginia, i tuoi amici si sbagliano. Sono stati contagiati dallo scetticismo tipico di questa era piena di scettici. Non credono a nulla se non a quello che vedono. Credono che niente possa esistere se non è comprensibile alle loro piccole menti. Tutte le menti, Virginia, sia degli uomini che dei bambini, sono piccole. In questo nostro grande universo, l’uomo ha l’intelletto di un semplice insetto, di una formica, se lo paragoniamo al mondo senza confini che lo circonda e se lo misuriamo dall’intelligenza che dimostra nel cercare di afferrare la verità e la conoscenza.

Sì, Virginia, Babbo Natale esiste. Esiste così come esistono l’amore, la generosità e la devozione, e tu sai che abbondano per dare alla tua vita bellezza e gioia. Cielo, come sarebbe triste il mondo se Babbo Natale non esistesse! Sarebbe triste anche se non esistessero delle Virginie. Non ci sarebbe nessuna fede infantile, né poesia, né romanticismo a rendere sopportabile la nostra esistenza. Non avremmo altra gioia se non quella dei sensi e dalla vista. La luce eterna con cui l’infanzia riempie il mondo si spegnerebbe.

Non credere in Babbo Natale! È come non credere alle fate! Puoi anche fare chiedere a tuo padre che mandi delle persone a tenere d’occhio tutti i comignoli del mondo per vederlo, ma se anche nessuno lo vedesse venire giù, che cosa avrebbero provato? Nessuno vede Babbo Natale, ma non significa che non esista. Le cose più vere del mondo sono proprio quelle che né i bimbi né i grandi riescono a vedere. Hai mai visto le fate ballare sul prato? Naturalmente no, ma questa non è la prova che non siano veramente lì. Nessuno può concepire o immaginare tutte le meraviglie del mondo che non si possono vedere.

Puoi rompere a metà il sonaglio dei bebé e vedere da dove viene il suo rumore, ma esiste un velo che ricopre il mondo invisibile che nemmeno l’uomo più forte, nemmeno la forza di tutti gli uomini più forti del mondo, potrebbe strappare. Solo la fede, la poesia, l’amore possono spostare quella tenda e mostrare la bellezza e la meraviglia che nasconde. Ma è tutto vero? Ah, Virginia, in tutto il mondo non esiste nient’altro di più vero e durevole. Nessun Babbo Natale? Grazie a Dio lui è vivo e vivrà per sempre. Anche tra mille anni, Virginia, dieci volte diecimila anni da ora, continuerà a far felici i cuori dei bambini.”

Adesso finalmente abbiamo capito il senso di tutti quei film americani sul Natale.

Buon Natale!

Giulio e Valentina

Gli Antenati e la distanza delle fiabe secondo Tonio Cavilla

Qualche sera fa ho assistito ad una lettura scenica da Il barone rampante, romanzo di Calvino scritto nel 1957, secondo episodio del ciclo I nostri antenati di cui fanno parte anche Il visconte dimezzato (1952) e Il cavaliere inesistente (1959). La selezione di brani letti da Chiara Bazzoli, voce recitante e attrice della compagnia brianzola Ossigeno Teatro, anche se piuttosto frammentaria rispetto all’integrità dell’opera, è riuscita a rendere le suggestioni e la freschezza della scrittura calviniana, grazie anche alle accurate scelte musicali del M.o Andrea Grassi, d’accompagnamento al clarinetto.

Nell’osservare i disegni proiettati sugli schermi di Oxy.gen, lo spazio multifunzionale di Bresso in cui si è svolta la performance, mi sono improvvisamente trovato a rivivere l’emozione della prima lettura nella bella edizione illustrata Mondadori “Contemporanea”. Per il bambino che ero, ma credo per ogni bambino in ogni epoca, una storia di avventura è tutto ciò che si possa desiderare: l’immaginaria biografia di Cosimo Piovasco di Rondò, scritta nella finzione letteraria dal fratello Biagio, parla di libertà, coraggio e coerenza con le proprie scelte arboree. Una favola edificante, dunque, ma anche molto di più; come tutto Calvino, che nel racconto fantastico trova la sua più compiuta e risolta realizzazione – priva di quella vena inquieta e drammatica che si trova nella sua produzione accademica, politica e cantautorale – anche il Barone si stratifica su più livelli di senso. Alla pura denotazione, che ne fa una fiaba d’autore delle più riuscite, si affianca un valore allegorico dalla forte valenza sociale e morale, un inno di libertà e anticonformismo.

In fondo la trilogia di cui il Barone fa parte copre un decennio di vita, di pensiero e di produzione romanzesca di Calvino e di conseguenza affronta argomenti dal peso, spessore e densità non indifferenti. Sono tutti temi iconici, che nascono cioè da un immagine che il romanzo in quanto narrazione anima e movimenta. Lo stesso autore lo puntualizza, nella nota all’edizione inglese del 1980 (tradotta da Archibald Colquhoun):
“Il racconto nasce dall’immagine, non da una tesi che io voglia dimostrare; l’immagine si sviluppa in una storia secondo una sua logica interna; la storia prende dei significati, o meglio: intorno all’immagine s’estende una serie di significati che restano sempre un po’ fluttuanti, senza imporsi in un’interpretazione unica e obbligatoria. Si tratta più che altro di temi morali che l’immagine centrale suggerisce e che trovano un’esemplificazione anche nelle storie secondarie: nel Visconte storie d’incompletezza, di parzialità, di mancata realizzazione d’una pienezza umana; nel Barone storie d’isolamento, di distanza, di difficoltà di rapporto col prossimo; nel Cavaliere storie di formalismi vuoti e di concretezza del vivere, di presa di coscienza d’essere al mondo e autocostruzione d’un destino, oppure d’indifferenziazione dal tutto.”
Siamo dunque di fronte ad una costruzione dialettica, un percorso che si dipana tra se’, altro e totalità  e che toccando questi punti intende delineare un ritratto dell’uomo moderno. Negli anni ’50 Calvino sceglie di distaccarsi dalla poetica neorealistica portando avanti il suo progetto in silenzio per un decennio; solo nel 1960 pubblicherà presso Einaudi un’edizione comprensiva dei tre romanzi, dichiarando apertamente la natura sincretica ed unitaria degli Antenati.

Tre romanzi dunque, di cui il Barone costituisce il punto mediano ed una svolta decisa e decisiva nella produzione calviniana. E’ interessante notare che salendo sull’albero d’elce Cosimo rinuncia ai diritti della sua nobiltà e inizia a vivere come una scimmia, quindi paradossalmente scende sia nella gerarchia sociale sia nella scala evolutiva. Tuttavia il baroncino trova una nuova legittimazione grazie a tre elementi: l’affermazione del suo dominio sui boschi di tutto il mondo; la dignità del suo indispensabile lavoro di potatore, protettore della popolazione e vedetta contro i pirati barbareschi; infine la sua attività intellettuale e la corrispondenza con i più famosi filosofi, che ne fa uomo capace di superare l’Ancien Regime da cui proviene per aderire al nascente Illuminismo. Cosimo non si sottrae ai doveri del suo tempo ma partecipa agli eventi mantenendo quella distanza critica che lo stare sugli alberi gli permette di avere; Umberto Eco riassume ciò affermando che “perde forse i vantaggi dello stare con i piedi per terra ma acquista in ampiezza di prospettiva”.
Queste caratteristiche lo rendono dunque un self-made man cosmopolita perché apolide, un buon selvaggio razionale del tutto aderente alla figura dell’artista (d’altronde l’ispirazione per il personaggio viene dallo scultore Salvatore Scarpitta), o dell’intellettuale delineato da Norberto Bobbio, da Vittorini e infine da Pasolini, uomini di cultura che rivendicano la loro distanza critica nei confronti delle masse di cui intendono essere guida.

La distanza, per quanto contraria alle necessità di una narrazione e alla stessa natura umana, diventa uno stimolo per l’intelletto di Cosimo e, nella realtà al di fuori dalla dimensione del romanzo, stimolo per il lettore. Nella concezione che Calvino ha della letteratura è fondamentale che il destinatario dell’opera assuma un ruolo creatore oltre che creativo, riannodando i fili del romanzo – d’altra parte questa impostazione quasi pre-cognitivista costituisce il nucleo dei romanzi più sperimentali come Se una notte d’inverno un viaggiatore.
Ma la distanza è fondamentale anche per lo scrittore, tanto che nel 1965 Calvino stesso curò un’edizione ridotta del Barone destinata alle scuole medie e vi accluse una prefazione firmata dal meticoloso docente e pedagogista Tonio Cavilla. Che altri non era che uno pseudonimo molto ironico per poter scrivere del suo libro senza cadere nell’agiografia autobiografica evocata con terrore in queste lettere:
«Dati biografici: io sono ancora di quelli che credono, con Croce, che di un autore contano solo le opere. (Quando contano,
naturalmente.) Perciò dati biografici non ne do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all’altra. Mi chieda pure quel che vuol sapere, e Glielo dirò. Ma non Le dirò mai la verità, di questo può star sicura” [lettera a Germana Pescio Bottino, 9 giugno 1964].
«Ogni volta che rivedo la mia vita fissata e oggettivata sono preso dall’angoscia, soprattutto quando si tratta di notizie che ho fornito io […], ridicendo le stesse cose con altre parole, spero sempre d’aggirare il mio rapporto nevrotico con l’autobiografia [lettera a Claudio Milanini, 27 luglio 1985]

Lasciamo dunque la parola al signor Cavilla, che con queste premesse ci fornisce un parere come un altro su un romanzo ancora da scoprire, individualmente e in modo critico.

Giulio Bellotto

Calvino 1 Calvino 2 Calvino 3 Calvino 4
La prefazione di Tonio Cavilla alias Italo Calvino.
– Clicca sull’immagine per ingrandirla-

Rete Critica e Alinovi-Daolio: premi oltre gli Ubu 2014

Oltre al premio dedicato a Franco Quadri la cerimonia degli Ubu di ieri sera ha ospitato come da tradizione altri due premi, quello bandito da Rete Critica e quello in memoria della critica d’arte Francesca Alinovi, al cui ricordo si è associato dalla scorsa edizione la figura del curatore Roberto Daolio scomparso a giugno del 2013.

I vincitori di questi riconoscimenti erano già noti, quindi speriamo di non annoiarvi ripercorrendoli brevemente.

Il Premio Rete Critica, da quest’anno strutturato in tre differenti sezioni, viene assegnato annualmente da 30 magazine di teatro; i vincitori 2014 sono stati annunciati all’Accademia Olimpica di Vicenza la mattina del 26 ottobre. Vediamo chi sono!
Premio miglior compagnia: CollettivO CineticO.
“Il suo percorso si distingue sin dall’inizio per la capacità di portare sulla scena spettacoli in equilibrio tra matematica e poesia del gesto, nei quali la danza e il teatro sconfinano in occasioni – per l’artista e per il pubblico – di ripensamento dello spettacolo dal vivo. Aperta alla contaminazione con altre forme performative, dal contest alla parata ai linguaggi e alle manipolazioni dei videogame, la compagnia diretta da Francesca Pennini e Angelo Pedroni ha inoltre saputo valorizzare la feconda incrinatura dell’adolescenza, costruendo attraverso il progetto <age> una sorta di “scuola” trascinante, in grado di lavorare a fondo e costruttivamente con i ragazzi incontrati nei vari luoghi di laboratorio.”
Premio miglior progettualità: Archivio Zeta.
“La compagnia ha saputo valorizzare la sua esperienza di confine fra due regioni (Emilia e Toscana), costruendo anno dopo anno una linea artistica capace di essere anche un progetto di diffusione ed educazione alle arti sceniche. Tramite i loro spettacoli, dal formato aperto, in grado di contaminarsi con i teatri e con la natura, il gruppo fondato e diretto da Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni ha saputo avvicinare il pubblico del passo della Futa al teatro e all’esperienza d’attore, portando gli spettatori in luoghi straordinari della memoria, per raccontare il lato oscuro della condizione umana con un impegno e una tenacia capaci di radicarsi, coinvolgere e rinnovarsi.”
Premio migliore strategia di comunicazione virale: VolterraTeatro 2014.
“Per aver costruito una comunicazione plurale, un ‘noi’ somma di chi era al Festival e di chi l’ha seguito a distanza su Internet. Non semplice ‘promozione’, ma piuttosto narrazione di sguardi compresenti a Volterra attraverso un riuscito esperimento di socializzazione che aveva nei social network un preciso punto di raccolta e scambio. Da spettatori anonimi, si è costruita una comunità, prima, durante e dopo i giorni del Festival, che grazie alla Rete continua ancora oggi.”

Veniamo adesso al Premio Alinovi-Daolio: intitolato a Roberto Daolio solo da due anni, per oltre 25 è stato dedicato esclusivamente al ricordo di Francesca Alinovi, uccisa a soli a 35 anni dal suo amante – nel 1983, un dato e una data che fanno paura pensando anche a quanto ancora la questione della violenza di genere sia tragicamente aperta benché siano trascorsi oltre 30 anni.
Con questo premio si vuole riconoscere il percorso di un grande artista italiano; l’anno scorso si è trattato di Maurizio Cattelan, il quale ha creato un certo scandalo quando invece di ritirare il premio di persona mandò in sua vece il duo comico I soliti idioti, prontamente definiti “guitti di terz’ordine” da un infuriatissimo nonché giurato Renato Barilli. Quest’anno il meritevole è stato il poeta e pittore Nanni Balestrini al quale tradizione vuole che Cattelan, in quanto detentore del titolo, doni un opera d’arte.

Un'immagine dell'intervento del duo comico

Un’immagine dell’intervento del duo comico l’anno scorso: forse Cattelan ha scelto proprio questa. in ogni caso,  la gestualità di Barilli a noi piace molto!

La premiazione si è svolta il 10 al Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna e ieri sera è andata in replica nella sala del Piccolo, dove però non erano presenti né Cattelan né Balestrini. Tuttavia il dubbio su quale opera il primo abbia destinato all’ufficio di trofeo è finalmente sciolto: si tratta di una foto dell’intervento della controversa premiazione dell’anno scorso.
Resta da scoprire se sia solo una provocazione o piuttosto una serissima sfida ai prossimi premiati: oseranno fare altrettanto o lasceranno al Maurizio nazionale il premio Solito Idiota?

Giulio Bellotto

Ubu 2014: la premiazione di una tradizione innovativa

Ieri sera nella sala storica del Piccolo Teatro Grassi di Milano si è svolta la cerimonia di premiazione della 37esima edizione dei premi Ubu, l’Oscar del teatro italiano.
Con il consueto clima di calore e di informalità che caratterizza l’evento, una grande festa dedicata al teatro in tutte le sue forme, sfaccettature e mestieri, si è proceduti alla premiazione di 14 eccellenze scelte da 54 giurati tra gli oltre 700 spettacoli messi in scena nel 2014.
I 36 spettacoli annunciati come finalisti il 14 novembre all’Argentina di Roma hanno concorso in 12 categorie tra cui quest’anno si ravvisano alcune modifiche: le più evidenti riguardano i premi al migliore attore e attrice che ora includono anche i performer; quello al miglior allestimento scenico a sostituire la migliore scenografia; il limite d’eta per l’attore emergente dell’anno, ora stabilito a 35 anni.

Dopo i ringraziamenti istituzionali agli sponsor e al comune di Milano nella persona dell’assessore Filippo Del Corno, i conduttori Francesca Mazza e Marco Cavalcoli hanno presentato Daniela Dal Cin, scenografa premiata nel 2009 con l’Ubu per l’allestimento di I demoni di Dostoevskij, che ha realizzato la statuetta di quest’anno: un leone rosso su sfondo bianco.
Di seguito l’elenco dei premiati:

– Michele Sambin per l’attività di Tam Teatromusica (Premio speciale)
– Carlo Colla per la Compagnia marionettistica Carlo Colla e figli (Premio speciale)
– Frost/Nixon di Peter Morgan (Migliore novità straniera)
– Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni (Migliore novità italiana o ricerca drammaturgica)
– Licia Lanera (Nuovo attore/attrice o perforare under 35)
– G.u.p. Alcaro per Quartett (Progetto sonoro o musiche originali)
– A. Marzetti, S. Bertoni, A. Punzo per Santo Genet Commediante e Martire (Allestimento scenico: scene, costumi, luci, video, multimedia)
– Christoph Marthaler per Glaube Liebe Hoffnung di Ödön von Horváth (Migliore spettacolo straniero presentato in Italia)
– Roberto Latini per Il servitore di due padroni (Attore o performer)
– Arianna Scommegna per Il ritorno a casa (Attrice o performer)
– Emma Dante per Le sorelle Macaluso (Regia)
– e la volpe disse al corvo, Corso di Linguistica Generale. Il teatro di Romeo Castellucci nella città di Bologna (Progetto artistico o organizzativo)
– Le sorelle Macaluso di Emma Dante (Spettacolo dell’anno)

Da questi nomi, a vole individuati con pochissimo scarto come nel caso della vittoria di Roberto Latini per un solo voto, emerge un quadro che premia in primo luogo il teatro sociale di Emma Dante. Con la doppietta de Le sorelle Macaluso, oltre ad essere attribuito per la prima volta ad una regista donna, l’Ubu conferma di saper guardare oltre le frontiere regionali e i problemi di circuitazione di cui soffre il teatro italiano. Fa piacere constatare che anche in tempi di crisi economica la cultura sa reagire, produrre e proporre con lo stesso spirito con cui nel 1979 il critico teatrale Franco Quadri istituì gli Ubu.

La copertina dell'ultimo numero del quadrimestrale Panta (Bompiani)

La copertina dell’ultimo numero del quadrimestrale Panta (Bompiani)

In quest’ottica, un segnale ancora più positivo è l’istituzione del Premio Franco Quadri, presentato proprio ieri sera da Franca Molinari e Elisabetta Sgarbi – quest’ultima, editor della rivista Panta che in questo numero presenta una monografia su Quadri, ne ha donato una copia a tutti i premiati per ricordare il giornalista scomparso nel 2011.

Il premio, realizzato dall’artista italo-argentino Sergio Policicchio, è stato infatti assegnato all’organizzatrice teatrale Frie Leysen, fondatrice del Kunstenfestivaldesarts di Bruxelles: il riconoscimento dell’organizzazione culturale come atto d’arte, oltre che dovuto, ci sembra infatti la condizione necessaria perché la cultura possa riacquistare il ruolo di preminenza che le spetta nella nostra società tecnocratica.

Il Bloggo saluta dunque con soddisfazione questi Ubu e fa i suoi migliori auguri a premiati, finalisti e a tutti gli artisti che guardano questi premi come un faro sul nostro teatro. Arrivederci all’anno prossimo!

Giulio Bellotto

Le figlie della crisi: Il Gruppo di Mary McCarthy

L’anno scorso sotto Natale è uscito un film su Hannah Arendt, ambientato nel periodo in cui la filosofa, suggestionata dal processo Eichmann ha scritto “La banalità del male”. Anche nel caso vi foste persi questa pellicola ben riuscita di Marghareth Von Trotta (titolo: Hannah Arendt, quindi davvero non ci si può sbagliare), bazzicando per le librerie delle case editrici più famose è impossibile non notare che le ristampe de “La banalità del male” sono immancabilmente addobbate da fascette promozionali del film.
Ma la Arendt non è l’unica protagonista della pellicola: un altro personaggio che mi ha incuriosita quando sono andata al cinema, tanto da cercare poi su Wikipedia appena tornata a casa, è l’amica americana di Hannah, Mary McCarthy. Nel film viene descritta come una donna emancipata e brillante, rinomata nel settore del giornalismo e dell’editoria.

La copertina della III ristampa del libro (Oscar Mondadori, 1976)

La copertina della III ristampa del libro (Oscar Mondadori, 1976)

Solo qualche mese dopo mi imbatto casualmente nel suo romanzo di maggior successo: Il gruppo.
In copertina, subito sotto il titolo, si legge “Otto ragazze americane ingenue, spudorate, frivole, introverse, escono dal Vassar College per affrontare la vita”. In condizioni normali probabilmente non avrei comprato un libro con queste premesse. Il romanzo tutto sommato è piacevole ed interessante sotto diversi punti di vista. In primo luogo non è solo la vita di queste ragazze neolaureate del ’33, ma una panoramica della società americana del dopo 29. Proprio il periodo in cui è ambientato credo possa destare interesse anche in un giovane lettore di oggi: donne ventenni di buona famiglia, da sempre vissute senza preoccupazioni, si trovano a dover affrontare le difficoltà dell’indipendenza in un periodo di crisi e cambiamento. Per quanto dalla trama possa apparire un romanzo attuale, bisogna specificare che “Il Gruppo” è assolutamente inserito nel suo tempo, quindi sotto certi aspetti riesce difficile fare dei veri e propri parallelismi con la situazione di oggi. Infatti, le stringenti regole sociali che influenzano le loro vite, la concezione del matrimonio e del sesso, il rapporto con i genitori e la discussione politica riflettono perfettamente la mentalità dell’America di Roosvelt. Si può dire che sia più un romanzo di stampo storico che non una storia dai caratteri lungimiranti e profetici. Alcuni passaggi sono interessanti soprattutto perché mostrano – seppur in parte questi temi vengano trattati con leggerezza – la comparsa e diffusione delle idee psicanalitiche, la paura e fascinazione per le ideali socialiste e il peso dell’eredità proveniente dalle suffragette della generazione precedente; tutte tematiche che arricchiscono il contesto storico in cui si muovono i personaggi.

Le protagoniste sono ben caratterizzate, ma rinchiuse nei contorni disegnati dalla McCarthy, che sembra aver allestito un palcoscenico in cui ognuno dei suoi personaggi recita una parte costruita ed influenzata dal “contratto sociale”. Questa rigidità dei personaggi lascia percepire una sottile ironia da parte dell’autrice che le mette alla ricerca di un’indipendenza che non riusciranno mai a raggiungere nel corso della storia. Ogni capitolo si concentra su una delle ragazze in momenti diversi della loro vita in cui devono affrontare diverse situazioni critiche. Del gruppo, però, sono due le figure che più si distinguono: una è Kay, la quale meglio incarna il desiderio di realizzazione deluso, la cui morte è circondata da un alone di mistero e disperazione, mentre la seconda è l’enigmatica Lakey, nessun capitolo le viene dedicato, non viene seguito il suo percorso finito il college e solo alla fine si riesce ad intuire la sua importanza e perché fosse così idealizzata agli occhi delle altre.

Anche se nessuna delle donne si possa definire un’eroina, gli uomini di certo non sono dipinti in modo lusinghiero. Le poche volte che McCarthy lascia a loro un po’ di spazio, questi si contraddistinguono per essere apatici, per lo più presuntuosi, arroganti e meschini, e come se non bastasse accaniti bevitori. Non penso che Mary McCarthy nutrisse un odio per il genere maschile, nonostante tutti i suoi divorzi, piuttosto che non abbia voluto dotare le sue fanciulle di un raffinato gusto in quanto a scelta del partner.

In conclusione l’insieme è assolutamente godibile da tutti – ne hanno anche tratto un film! – per quanto ritengo che tutti questi estrogeni possano un po’ annoiare un lettore maschile, che spero non riesca ad identificarsi in nessuno degli uomini del libro. Riesce ad appassionare senza eccessivi sentimentalismi grazie al suo realismo, come best seller meriterebbe più visibilità e di essere letto oggi da altri ragazzi dei tempi delle crisi, almeno per apprezzarne le differenze.

Valentina Villa

Il futuro dei songwriters: la tastiera di iOS8.

Cari ragazzi degli anni 90, alzi la mano chi di voi si sentiva un piccolo compositore in erba quando riusciva a riprodurre “Fra Martino campanaro” sulla tastiera del suo Motorola o Nokia!
Oggi però bisogna riconoscere che con l’avvento di questi smartphone full touch il nostro estro musicale è stato soffocato da scontati suoni predefiniti.
Ma avrebbe mai potuto Steve Jobs, dalla tomba, permettere che questo accadesse? Ovviamente no. Infatti Apple ha introdotto una nuova tastiera intelligente nell’ultimo aggiornamento per Iphone, che ci permette di realizzare il sogno di diventare songwriters. Un dubbio sorge spontaneo: forse che si siano ispirati al recente cantautorato italiano, il quale pare essersi convinto che mettere in sequenze casuali parole costruisca immagini molto suggestive?

La nuova tastiera è figlia del correttore automatico, ti suggerisce le parole che potresti voler scrivere oppure cerca di correggere i tuoi errori ortografici. Soffermiamoci sulla prima funzione: è davvero incredibile che un sistema operativo sia in grado di comprendere una sorta di grammatica e avere anche una competenza semantica per quanto rudimentale. Già dopo pochi utilizzi si capisce che vengono usate delle formule standard, che possono essere frasi comuni, ad esempio “cosa fai stasera?” oppure legate al mondo dei social “Voto la tua foto profilo”. Come in una rete, ogni parola è collegata ad un’altra serie di parole (al massimo tre) che statisticamente sono le più correlate. Il lessico base di questo network non è molto ampio, ma utilizzandolo ci si accorge che si arricchisce con i termini che noi utilizziamo di più nelle nostre conversazioni, creando così una sorta di dizionario personale.

Il gioco allora diventa cercare di creare frasi di senso solo utilizzando i suggerimenti della tastiera, il risultato è un testo senza un filo logico, ma in cui è divertente trovarci dei significati. E siccome adesso questo genere è molto in voga chissà che qualche scrittore di testi musicali, ricordandosi dell’esperimento riuscito di Jannacci nello scrivere “Giovanni, il telegrafista” nel linguaggio del telegrafo, non riproponga il genere in versione 2.0 Iphone edition.

Ma intanto c’è già chi nella vivace comunità dei youtubers si diverte con questa nuova chicca tecnologica e ne esplora le possibilità

Ed ora, musica Maestro!

Il mio componimento:

La cosa che non si sa mai cosa dire di non avere più tempo per me è una delle poche persone a cui non si può dire tutto il resto della vita è una bella giornata di sole che spacca tutto stasera non mi piace molto l’abbinamento del tuo sorriso e ti seguo subito in mente di chi è la prima cosa che mi piace un sacco e non ho voglia di andare in giro con le sue braccia aperte per il mio cuore e ti seguo e se mi dici di non avere più tempo per me e non ho voglia di studiare per domani.

Mi sono innamorata del mio cuore è una delle poche cose che mi ha fatto un po’ di ritardo e non si sa se è vero ma non è una bella cosa di cui si può essere una persona e ti voto la foto con il mio sogno di ogni altra cosa al mondo è pieno di gente e la tua voce mi sembra di avere una vita di una donna è un gioco molto divertente ma dopo la prima volta nella mia testa è una bella giornata a voi che avete visto la mia migliore di sempre per me non mi fa morire dalle ore che sono in giro con le mani di forbice tra poco vado in piscina a nuotare con le mie foto su di te.

Steve Jobs protagonista del nuovo album delle Luci!

Steve Jobs protagonista del nuovo album delle Luci!

Canzone de “Le Luci Della Centrale Elettrica”:

Per combattere l’acne.
Sono tutti in ferie, maratone sulle tue arterie,
Sulle diramazioni autostradali, sui lavori in corso solo per farti venire
E invidiare le ciminiere perché hanno sempre da fumare.

Le notti inutili e le madri che parlano con i ventilatori,
Negli inceneritori le schede elettorali,
E i tuoi capelli che sono fili scoperti,
Costruiremo delle molotov coi vostri avanzi.
Faremo dei rave sull’Enterprise,
Farò rifare l’asfalto per quando tornerai.

Valentina Villa

I virtuosi del cinema

In occasione della 71esima edizione del Festival del Cinema di Venezia la Biennale ha presentato per il terzo anno consecutivo il progetto College Biennale: un progetto diretto alla selezione ed alla produzione di 12 pellicole, ciascuna con budget di appena 150.000 euro.

L’iniziativa non è nuova nel mondo del cinema. 
Già il Sundance Film Festival, ad esempio, porta avanti un progetto analogo già da qualche anno e dunque è prassi collaudata la produzione di film da parte degli organizzatori dei festival (o enti ad essi vicini) per una sezione interna alla quella stessa rassegna. 

Vengono selezionati inizialmente le storie che si vogliono produrre: si apre dunque un concorso internazionale di sceneggiature e, una volta individuati i possibili lavori, si passa ad uno stadio successivo, in cui si discute della lavorazione procedendo a successivi aggiustamenti della sceneggiatura ed alla soluzione delle problematiche della pre-production, al termine della quale gli autori partono con le riprese. 

Nell’ambito delle opere inserite in questa sezione, quest’anno ho avuto il piacere di assistere a Short Skin di Duccio Chiarini, un film che grazie al distributore indipendente Good Films uscirà a breve nelle sale.

short skin

La locandina del film

Film adolescenziale, l’opera racconta in modo molto delicato la storia di Edoardo, un ragazzo toscano affetto da un poco simpatico disturbo maschile, la fimosi. Si tratta di un restringimento dell’orifizio prepuziale per via del quale la quale il glande non può essere completamente scoperto. Questo gli impedisce di vivere in modo normale e sereno i primi approcci con le coetanee.
Il problema è affrontato in coincidenza con la fase più caotica della sua adolescenza, caratterizzata dalla scoperta dell’adulterio del padre  con una amica di famiglia e il suo successivo, anche se temporaneo, allontanamento da casa. Attraverso le difficoltà nella relazione con una ragazza conosciuta per caso in spiaggia vediamo Edoardo crescere fino al confronto con Bianca, il suo grande amore inespresso con cui è cresciuto e che fino a quel momento l’ha sempre ritenuto solo come il – sia pure più importante – amico d’infanzia.
Chiarini non ci presenta però il solito romanzetto adolescenziale ma traccia piuttosto una netta linea d’ombra (in senso tipicamente conradiano), attraverso la quale passa il protagonista, con evidenti influenze del cinema indipendente americano, senza però abbandonare del tutto temi tipici della filmografia italiana: ad esempio il legame con le proprie origini.Il film è girato in Versilia, luogo assai frequentato dal regista, e più in generale l’ambiente toscano che circonda il film rievoca i luoghi e le situazioni della sua adolescenza.Grazie alla commistione di differenti registri, con un uso intelligente della camera, con riprese coinvolgenti, simmetriche e esteticamente molto piacevoli, l’autore riesce a creare un’atmosfera che si respira raramente nella filmografia italiana, specie in quella dedicata ai giovani: un mix insomma che dà vita ad uno stile molto personale.

Queste brevi considerazioni sull’opera di Chiarini offrono lo spunto per qualche riflessione sull’impiego delle risorse finanziarie nella produzione di film in Italia: problema che sta affliggendo la cinematografia italiana la quale, tolte naturalmente alcune importanti eccezioni, non può oggi vantarsi una grande diffusione di propri prodotti all’estero.
Se la media  per produzione di film in Italia si aggira tra gli 1 e 2 milioni di Euro, fa riflettere pensare che un lavoro come quello di Chiarini sia stato realizzato con circa un decimo di tali cifre pur essendo ben superiore nella qualità complessiva rispetto al livello delle ormai ripetitive e scontate commedie italiane (stessi attori, stesse trame, stesse vicende che di innovativo hanno ben poco).
Short Skin è l’esempio del fatto che è ben possibile evitare sprechi di risorse producendo con budget limitati opere che abbiano una loro identità e dignità, nelle quali va riposta la speranza per una rinascita in campo internazionale del cinema italiano, grazie all’attività di giovani autori.

Certo se guardiamo indietro all’età dell’oro del cinema italiano, il confronto appare impari: la produzione di una tale quantità di così importanti opere è forse irripetibile.
Bisogna allora forse guardare al cinema italiano con occhio diverso, aiutandolo a riproporsi senza oppressioni derivanti dal confronto con le opere del passato, che potranno rappresentare il necessario punto di ispirazione per nuove storie (il fatto che Chiarini abbia ambientato il film nei luoghi della sua adolescenza e abbia introdotto elementi autobiografici non può non rinviare a Fellini) e non un obbiettivo da raggiungere.

Tommaso Frangini

Chiamalo Festival!

A giorni, per la precisone il 14/12, si chiuderà il bando pubblico per la nuova edizione di IT [Independent Theatre], festival milanese di teatro indipendente che ha ottenuto grande successo di pubblico nelle due precedenti edizioni, con oltre 6000 spettatori nell’arco di due anni, per un totale di appena sei giorni di spettacoli.

Praticamente la Woodstock del teatro italiano indipendente, considerando che si tratta di una manifestazione molto giovane e concentratissima sia nel tempo che nello spazio: solo tre sere nei locali non certo angusti ma comunque limitati della Fabbrica del Vapore di via Procaccini. Altri festival cittadini, come il coetaneo Torino Fringe (nato anche lui nel 2013 e quest’anno previsto tra il 7 e il 17 maggio), oltre a durare parecchi giorni in più possono contare su una diffusione molto più ampia tra le sale urbane; oppure su oltre un mese di programmazione e una storia decennale che ne ha fatto ormai una tradizione più che consolidata, ed è ad esempio il caso di Roma. Per non parlare dei mezzi a disposizione degli organizzatori di eventi internazionali come Edfringe!

Insomma, il teatro meneghino si adagia sullo stereotipo e va  di corsa – cosa che non è detto sia per forza un bene.
Ciò che invece bene lo è sicuramente è come con cosi poche risorse si riesca ad organizzare un festival di successo senza perdere l’entusiasmo.
Valentina Falorni e Fulvio Vanacore, fondatori di IT – costituitosi l’anno scorso come associazione culturale – e i collaboratori veterani Arianna Bianchi e Valentina Rho, eletta da poco nel consiglio direttivo, sembravano infatti decisamente entusiasti quando ieri sera hanno presentato in FdV il progetto di IT per il 2015 alle compagnie di artisti.

Dunque Call IT Festival 2015, ma chiamalo soltanto festival! Loro lo definiscono piuttosto una comunità che si sforza di rispondere a desideri ed esigenze condivise, per progettare insieme un modo partecipato di fare teatro.
Al di là del festival, lo scopo primario di IT è quello di investire sulla formazione: per questo non viene operata nessuna selezione artistica e leggendo il testo del bando i limiti alla partecipazione sono veramente pochi e giustificati dalla provenienza geografica o da obblighi legali (ENPALS, agibilità, SIAE).

Quest’anno nello specifico ci saranno anche delle novità nel format IT, che se nelle passate edizioni era esclusivamente di 20 minuti, quest’anno prevede la possibilità di utilizzare due slot scenici da 20′ o uno da 40′, e di puntare su uno spettacolo già formato o su uno studio.
Questi ultimi necessiteranno di un consulente (mentor) e, cosa che non troverete sul bando, avranno probabilmente la disponibilità di un monte ore compreso tra le 40 e le 60 per prove aperte alla cittadinanza in un progetto di residenza presso i Centri di aggregazione multidisciplinare del Comune di Milano.

Il Comune d’altronde era già un supporter dell’iniziativa fin dalla seconda edizione e ha concesso inoltre l’usufrutto gratuito della FdV. Ma plausi e riconoscimenti al festival arrivano anche da privati come la Fondazione Cariplo, di cui IT si è aggiudicata un bando.
Meritato, direi, dal momento che le iniziative non si fermano qui né coinvolgono esclusivamente il periodo del festival o solo chi vi partecipa: alla riunione si parla anche di performance collettive, di blog critici, di date appositamente riservate agli operatori nei due giorni precedenti il festival pubblico, con dibattiti e feste danzanti, del topo simbolo del festival.

Questo. A rappresentare l'underground che risale dalle fogne. Ai più inquieta e basta, ma va bene

Questo; dovrebbe rappresentare l’underground che risale dalle fogne. Ai più inquieta e basta, ma va bene lo stesso!

Si parla anche di fondi, ribadendo che le quote associative (40€/anno) e i biglietti d’ingresso (5€/sera) rimarranno invariati, e di bilanci.

Passati infatti tre anni dalla prima edizione del festival, si è deciso di chiudere questa gestione: dall’anno prossimo qualcun altro prenderà le redini del ratto e dovrà dirigere IT, il festival partecipato preciso come un’orologio svizzero e cazzone come la vera anima di noi milanesi.

P.s. Save the date: IT Festival, dal 13 al 17 maggio.
Ma prima: feste di autofinanziamento, una a fine gennaio e una ad aprile). Stay tuned!

6 maggio, cosa c’è di nuovo?

Il Teatro non è più solo. Perché “la solitudine si subisce, l’indipendenza si sceglie”; IT ha scelto l’indipendenza, come ribadito oggi alla conferenza stampa che presenta la sua III edizione, tenutasi non più a Palazzo Marino ma nello spazio Ex-Cobianchi di nuova apertura.
Tra le molte novità di quest’anno, viene annunciato con gioia che dal punto di vista amministrativo il festival teatrale autofinanziato di Milano potrà ora contare sulle agevolazioni concesse ai partecipanti alla programmazione di ExpoCittà, di cui è evento di spicco per il mese di maggio. expocittàL’affiliazione all’iniziativa promossa dal Comune e della Camera di commercio in occasione dell’Esposizione Universale permetterà a IT di avere un canale privilegiato con la Siae, che tra pochi giorni sarà presente in Fabbrica del Vapore per incontrare gli artisti e rispondere alle loro domande.

Le istituzioni sono dunque benevole nei confronti di questo evento, che di contro molto offre alla cittadinanza: oltre ai 24 incontri di OpenIt, un progetto che ha permesso alle compagnie di usufruire gratuitamente degli spazi dei Centri di Aggregazione Multifunzionale di Milano per le loro prove, l’associazione IT ha promosso lezioni di teatro in scuole elementari e medie, e ha dimostrato una grande attenzione nei confronti dei quartieri periferici della città portandovi iniziative culturali e momenti di socialità e animazione teatrale.

D’altra parte fare rete anche al di fuori dei palazzi del centro è la vocazione del festival fin dalla sua nascita e lo sviluppo della sua organizzazione non può che beneficare artisti e pubblico: con 105 compagnie coinvolte nella vita associativa, più di quattrocento artisti nel complesso, nove spazi (uno in più rispetto all’anno scorso), cinque giorni di programmazione (di cui due dedicati agli operatori teatrali), una diretta con Radio Popolare e un blog per raccontarsi e confrontarsi, state pronti: IT sta per iniziare!

Giulio Bellotto

Le conclusioni

“Ogni festival teatrale è un collettore di energie, ed è bello sapere che queste energie non andranno perdute ma troveranno una loro collocazione presso un istituzione come il Piccolo Teatro. Seguire questa manifestazione è stato una grandissima gioia, scriverne un piacere, poter collaborare alla sua riuscita un onore”
– dall’intervento di Giulio, redattore del Bloggo, in rappresentanza della giuria critica alla premiazione di Play Festival 2.0 .

Eccoci giunti al termine di questa impegnativa ma gratificante settimana di Play Festival. La giuria si è riunita e ha deliberato sugli spettacoli:

1. Odemà: “A tua immagine”, con la seguente motivazione:
“Arguto e divertente. Grottesco ben giocato senza scivolare nel comico gratuito e senza sbavature, godibile. Ottima mescolanza e alternanza di registri espressivi. Oltre a un poderoso lavoro drammaturgico e a una regia mai scontata né banale. Un’encomiabile prova degli attori su voce, mimica e corpo. Un po’ bottega, un po’ avanspettacolo teologico per una caleidoscopica lanterna magica che convince e avvince”

Gli Odemà Davide Gorla e Giulia D'Imperio sul palco del Ringhiera insieme a Serena Sinigaglia

Gli Odemà Davide Gorla e Giulia D’Imperio sul palco del Ringhiera insieme a Serena Sinigaglia

A seguire sul podio:
2. Manimotò: “Tomato Soap”
3. Carullo-Minasi: “Due passi sono…”

E per amor di completezza, ecco la classifica completa:
4. Borgobonò: “In ogni caso nessun rimorso…”
5. IF Prana: “R…esistere. 13 buoni motivi per non suicidarsi”
6. Maledirezioni: “Falene. Omaggio a Virginia Wolf”
7. Teatro MA | Compagnia delle Furie: “Harvest. Quanto costa un uomo al chilo”
8. La Ballata dei Lenna: “Cantare all’amore”
9. Gli Artimanti: “L’Amante”
9 (ex aequo). Collectif Faim de Loup: “Migrazioni”
10. Piano in Bilico: “Rimini ailoveioù”
11.DoveComeQuando: “Italia libre”

“A tua immagine”, il vincitore di quest’edizione del concorso, andrà in scena con due repliche nella prossima stagione del Piccolo Teatro. A loro i nostri migliori auguri!
A tutti gli altri, colleghi giurati, pubblico, tecnici e organizzazione dell’Atir che hanno reso possibile l’iniziativa, un sincero grazie!

I corrispondenti del Bloggo per Play Festival 2.0,
Giulio Bellotto, Eliana Cianci e Valentina Villa